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È nata Fidenza Fare Comunità

È nata Fidenza Fare Comunità. La serata di presentazione, alla presenza di Damiano Tommasi, sindaco di Verona, ha fatto il sold out al Ridotto del Teatro Magnani. Del resto, la curiosità era tanta tra addetti ai lavori, persone impegnate nell’associazionismo e semplici cittadini. Che senso ha un’associazione a un anno abbondante dalle elezioni amministrative? Un’associazione che si pone in sostanziale continuità con l’amministrazione Massari? I riti della politica degli anni 2000 parlano d’altro. Ci si riunisce qualche mese prima per decidere chi farà il sindaco e al massimo si fanno le primarie, se ci si riconosce nel campo del centrosinistra.
Ognuno sarà tornato a casa con la sua opinione. Tanti sono stati felicemente sorpresi in positivo e le adesioni alle commissioni di lavoro lo dimostrano. Qualcuno ci avrà visto un trucchetto per sostenere Tizio o Caio. Qualcuno avrà detto “i soliti noti”.
Per chi da più di un anno sta pensando a come coinvolgere la comunità fidentina in un percorso iniziato quasi 10 anni fa, che ha bisogno di essere rafforzato e migliorato, è stato un successo. C’è ancora spazio per una discussione aperta e tesa a migliorare il modo di vivere la nostra Fidenza. Ci sono ancora persone disposte a discutere e progettare. Non era scontato nel torpore generale, anche se noi ci crediamo perché abbiamo visto come Fidenza sa reagire anche in momenti molto difficili.
Adesso è arrivato il momento di rimboccarsi le maniche e lavorare. Per questo ci siamo riuniti per decidere come impostare le prossime tappe del percorso. Nello spirito della partecipazione apriremo subito i tavoli di lavoro sulle tematiche che abbiamo precedentemente individuato. Le commissioni sono aperte a tutti i cittadini interessati a un confronto e a un arricchimento. I tavoli che apriremo in queste settimane vogliono essere un modo per coinvolgere attivamente la cittadinanza sui temi della politica locale. Spesso si sente che le persone si sono disaffezionate alla politica, uno dei motivi è che non ci sono luoghi nei quali ci si può ritrovare, discutere e progettare percorsi per migliorare la comunità. Noi vogliamo dare la possibilità a fidentine e fidentini di avere un luogo di questo tipo. Ma i nostri tavoli, oltre a un luogo di dialogo, vogliono essere un luogo di formazione. Per questo organizzeremo incontri tematici sui vari temi che stanno più a cuore alla città, ai quali parteciperanno esperti dei vari settori.
Saremmo molto felici se altre persone si aggregheranno a noi in questo tentativo di progettare una comunità più aperta, solidale e sicura. Per farlo basta scrivere a fidenzafarecomunita@gmail.com
I tavoli sono divisi nei seguenti argomenti:
- Welfare e sicurezza
- Viabilità, urbanistica, lavori pubblici, sviluppo economico, lavoro e sostenibilità ambientali
- Cultura e Turismo
- Servizi educativi
- Partecipazione quartieri e frazioni
Vi terremo informati del procedere dei nostri lavori tramite i profili social e questo blog, cercando anche di pubblicare i contributi più interessanti.
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Bonaccini, l’uomo del fare

Stefano Bonaccini è il primo candidato alla segretaria nazionale del Partito Democratico di grande peso politico. Non era un segreto che il Presidente dell’Emilia-Romagna puntasse a questo obiettivo già da mesi, mentre si sviluppava l’agonia del PD di Enrico Letta ostaggio delle correnti.
Dopo il 25 settembre era partita però una psicoanalisi di gruppo, che come in ogni buona seduta psicoanalitica metteva in discussione la stessa esistenza del Partito.
In questo scenario si scatenava la discussione sul nulla: prima la costituente e l’identità e poi il segretario. Come se si potesse distinguere tra i valori e i programmi e chi è incaricato di portarli avanti. Lo strumento delle primarie non è fallito perché non rappresenta un modo per decidere tra diverse opzioni politiche, ma semplicemente perché era divenuto una gara tra correnti e una sorta di auditel sulla simpatia e la “telegenicità”. Qualcuno ha mai capito che differenza di linea politica c’era tra Letta, Franceschini, Zingaretti, Cuperlo? Forse l’unica eccezione è stato lo scontro tra Matteo Renzi e Pierluigi Bersani, che però è stata impostata più a distruggere quella fusione a freddo, costruita con troppa fretta da Prodi e Veltroni, che non a costruire un progetto di centrosinistra di governo.
Recuperare l’identità
Stefano Bonaccini non è uomo da sedute psicoanalitiche. È uomo del fare con tutti i pregi e difetti che questo ruolo comporta. Alla fine ha deciso di uscire da quella stanza e di mettere in campo una proposta identitaria. L’identità non è una brutta parola da lasciare alla destra come merito, autarchia alimentare, patria, nazione e tante altre. L’identità è il dire chi sono, cosa ho fatto e cosa voglio fare. Bonaccini si è presentato a Campogalliano, nella sua Emilia, di fianco alla casa dov’è nato e alla sede del Partito Comunista Italiano dove ha preso la prima tessera e dove ha iniziato a fare l’amministratore.
A fianco di Stefano Bonaccini c’erano molti sindaci e amministratori che rappresentano chi ogni giorno deve dare una risposta ai cittadini. Si tratta anche in questo caso di una rappresentazione identitaria, che parte dalle sezioni e arriva ai comuni, alle provincie e alla Regione, cercando di realizzare gli obiettivi messi in chiaro e concretizzati nelle lunghe discussioni all’interno delle sezioni, dove si discuteva certo anche di nomi ma soprattutto di idee e di progetti.
Ci sono molte incognite sulla strada del Presidente dell’Emilia-Romagna. Il primo e forse più difficile ostacolo è rappresentato dalle correnti, che dispongono di un partito che non ha mai saputo essere realmente tale. Bonaccini ha detto che farà a meno delle correnti ma per farlo dovrà presentare una proposta forte e fortemente identitaria, che sappia riaccendere le speranze dei militanti e degli elettori.
Il secondo ostacolo è saper realizzare a livello nazionale il positivo modello amministrativo emiliano-romagnolo. Il PD ha amministrato in diverse realtà italiane a nord, al centro e al sud, ma non sempre con la stessa efficienza del modello della regione di Bonaccini.
Quindi la grande incognita è il PD nazionale è pronto per una svolta dirompente, identitaria e concreta? Lo scopriremo nei prossimi mesi, così come scopriremo se Stefano Bonaccini saprà tenere la barra dritta e non annegare nella palude romana. Il rischio è non avere altre alternative.
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Dalla Meloni una lezione per la sinistra

Ci sono tre elementi per poter dire, anche da sinistra, che la vittoria di Giorgia Meloni è un fatto politico positivo.
Sembra follia ma pensiamo agli scenari che si sarebbero aperti in caso di un nuovo pareggio. Era impensabile infatti con tre proposte alternative che fosse possibile la vittoria del campo di centrosinistra. Il pareggio era il migliore dei risultati possibili, come del resto auspicato dallo stesso Enrico Letta. La storia sarebbe stata uno spartito molto simile a quello già scritto negli ultimi 10 anni dalla caduta del governo Berlusconi nel novembre 2011 e in precedenza vista con i governi Amato, Ciampi e Dini. Si sarebbe dato vita all’ennesimo governo tecnico magari con l’apporto del Partito Democratico sempre più apparato e sempre meno partito.
La vittoria di Giorgia Meloni – tralasciando la retorica al femminile che non ci convince e non appartiene alla storia politica della Presidente del Consiglio –, è la vittoria della politica. È la vittoria di un programma, di alcune idee guida e di un partito che si allea in coalizione con altri partiti. Sembra la normalità e invece per l’Italia dal 1992 è un’assoluta novità.
La fine dei partiti politici di massa ha coinciso con la fine delle leadership politiche. Gli stessi Silvio Berlusconi e Romano Prodi non sono ascrivibili come leader di partito. Il primo è un self made man. È l’imprenditore “unto dal Signore” per salvare un paese alla deriva. Il suo movimento politico, mai definito da lui partito, è stato più che altro uno strumento tecnico per mettere a terra il suo salvifico intervento. Romano Prodi è in primis il “professore”. È il papa straniero messo in campo dagli eredi del Pci per entrare nella stanza dei bottoni senza fare troppo rumore. Poi sono arrivati Dini, Monti, in un certo senso “l’avvocato del popolo” Giuseppe Conte e, per finire, il Grand Commis de l’État Mario Draghi.
Il ritorno della politica dal basso
Giorgia Meloni è un politico che sa fare il suo mestiere. Nel suo discorso alle Camere ha esposto in modo chiaro il suo programma politico, ridando centralità al luogo principale di una democrazia parlamentare. Negli anni i leader populisti Berlusconi prima, Conte poi e non dimentichiamoci nemmeno di Matteo Renzi parlavano direttamente al popolo, quasi come se le Camere fossero un impiccio. I tecnici ci snocciolavano i numeri, spesso impietosi, dicendoci che non c’era tempo per la discussione politica se si voleva salvare il Paese.
Giorgia Meloni è una militante che viene dai volantinaggi, dalle assemblee e dai cortei. Rappresenta quella politica fatta dal basso che in questi anni è stata fortemente disprezzata e osteggiata, ma rappresenta ancora, nonostante tutto, l’unico modo per rendere un paese realmente democratico.
Giorgia Meloni ha un’identità politica – non diciamo ideologia per carità, è quasi una bestemmia – forte che è parte integrante del suo programma politico, lasciando perdere i soliti pupazzi di corte che in questo primo mese hanno inanellato un errore dietro l’altro per ingraziarsi il capo.
Giorgia Meloni Presidente del Consiglio può essere una buona notizia anche per la sinistra se saprà comprenderla.
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La regina è morta e anch’io non mi sento molto bene

“The Queen is dead. God save the King”. Dopo 2 anni di incubo Covid sembra che il mondo non abbia più tempo e voglia cambiare tutto nel volgere di pochi mesi. I cambiamenti climatici li avevamo davanti ormai da decenni, eppure forse in quest’estate 2022 li abbiamo subiti con maggior forza. La guerra in Ucraina sta segnando in modo molto più forte di quanto immaginassimo il nostro oggi così come il nostro futuro più prossimo.
Eppure noi italiani siamo sempre naif nei nostri comportamenti. Abbiamo buttato a mare una delle poche sicurezze che avevamo, Mario Draghi, e ci siamo lanciati in una campagna elettorale in canotta e costume. Qualcuno dirà “ma sono stati i politici”. Non cerchiamo alibi. I politici sono espressione del sentimento popolare anche quando non scelti in modo diretto ma su listini bloccati. L’avvocato del popolo due volte presidente del Consiglio dei Ministri, erede di quel movimento promosso da un capo comico, ha sciorinato una mossa da grande statista, mettendo nelle mani del centrodestra le chiavi dei seggi elettorali. Il centrodestra, dal canto suo, ha preso al volo le chiavi e aperto le porte dei seggi, che a loro dire gli sono negati ormai da decenni. Evidentemente quando loro perdono le elezioni è come se non fossero state svolte. Ricordo per esempio che il capo comico aveva racimolato alle politiche del 2018 il 32% dei consensi, mentre l’ex alleato, il “dj del Papetee”, aveva addirittura varcato il 34% dei consensi alle europee del 2019. Insomma, qualche colpa noi italiani, al di là di qualche dignitoso sondaggio, ce l’abbiamo e il buon Mario Draghi con tutto il suo aplomb istituzionale ci rassicura certo ma non ci piace fino in fondo.
Del resto appena la bolletta elettrica o il prezzo della benzina è salito, ci abbiamo messo tre nano secondi a passare da ospitare ucraine e piccoli ucraini a casa nostra – così belli e con gli azzurri, poverini –, a dire che in fondo la guerra era un problema loro e che bisognava smetterla con quelle sanzioni inefficaci (tutti economisti?) e ingiuste.
“Io sono Giorgia!”
Così abbiamo dato il via alla campagna elettorale sul pattino che ha però un finale già scritto. “Io sono Giorgia senza mascherina, senza vaccino, con il blocco navale, con le aperture durante il picco Covid, contro quei cattivoni dei francesi e dei tedeschi che ci riempivano di vagonate di miliardi e amica di tale Orban e dei signori di Visegrad che ci dicevano gli immigrati affare vostro”. Miele per le orecchie degli italiani inventori dello slogan “piove, governo ladro”. Giorgia è così sicura di avere la vittoria in tasca da passare la campagna elettorale con la tremarella, per non dir di peggio, e da diventare improvvisamente filo atlantica, europeista, contro lo scostamento di bilancio uguale a nuovo debito, e da cazziare pesantemente il suo quasi alleato Matteo quando parlava di togliere le sanzioni alla Russia, insomma una sorta di avatar non troppo somigliante, mancava solo una bella condanna al fascismo.
Chi è rimasto veramente sorpreso da questa onda anomala che l’ha sommerso, con tanto di pattino, ombrellone e sdraio inzuppati, è stato il buon Enrico Letta. Pensavate che mi fossi dimenticato di lui. Beh, lui le ha provate tutte per farsi dimenticare: più draghiano di Draghi e più contiano di Conte. Però non vogliamo essere cattivi con il segretario di quello che dovrebbe essere il mio partito di riferimento e del resto ormai il PD è abituato a non avere più una sua linea politica. A furia di appoggiare governi di larghe intese o maggioranze anomale si perdono le coordinate e si trasforma il buon “Giuseppi” in uno statista leader della sinistra, un Berlinguer con la benedizione di Trump. Però ho visto la faccia contrita di Enrico al Meeting di Rimini dove lo bastonavano tutti. Sembrava una persona a cui si mette la testa sott’acqua mentre sta affogando e ho avuto pietà, anche perché il giorno prima aveva visto invece il piglio deciso di Stefano Bonaccini, che valeva molto di più di centinaia di lanci dell’Ansa.
Una simpatica anziana signora
In questa stagione pazza, quando “l’estate sta finendo” come direbbero i Righeira, eccolo che arriva l’evento unificante che abbatte tutte le barriere: il passaggio a miglior vita –non che se la passasse proprio male anche in questa di vita – di Queen Elizabeth II° della casata Sassonia-Coburgo-Gotha (sì, certo, perché i Windsor sono un’invenzione del nonno di Elisabetta, che si vergognava del fatto che i bombardieri tedeschi che sganciavano bombe mortali su Londra durante la prima guerra mondiale avessero sulla carlinga lo stesso nome della sua casata). Chi ha avuto la ventura di aprire qualche social dalle 19 dell’8 settembre li vedeva tutti li schierati, non c’era più sinistra o destra, tutti a intonare il loro più o meno lacrimoso fervorino per Queen Elizabeth. Sia ben chiaro, non ho nulla contro la simpatica anziana signora, anzi siamo stati fieramente con lei quando durante un G7 ha richiamato all’ordine l’intemperante Primo Ministro italiano Silvio Berlusconi. Però non riusciamo a capire perché con tutti i guai che abbiamo, l’Italia intera debba fermarsi per commemorare una Regina pur degna ma non certo eroica. L’unico legame, che mi viene in mente è questa caratteristica tutta italica di baloccarsi nella speranza di un salvatore che risolva tutti i nostri guai.
Ricordo quel barista sul litorale di Catania a cui chiesi se nei paraggi ci fosse un’edicola e la risposta fu molto eloquente: “Eh ce la facessero un’edicola”. Eh l’avessimo noi una Regina. Del resto gli ultimi quarant’anni della nostra storia parlano chiaro: da Berlusconi a Renzi, da Grillo a Salvini e oggi Giorgia Meloni, chi siano, cosa pensino e da dove vengano poco importa, l’importante è che tutti abbiano lo stigma del salvatore a costo zero. Pure in questa campagna elettorale sul pattino il motto è sempre lo stesso “Francia o Spagna pur che se magna”.
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Draghi e il partito dei sindaci

La crisi del governo Draghi, che ha condotto allo scioglimento delle Camere, è costellata di episodi poco chiari con ricostruzioni confuse e contraddittorie, su cui tra qualche anno solo i saggi storici faranno chiarezza.
C’è stato invece un episodio avvenuto alla luce del sole di una violenza scomposta e solo apparentemente ingiustificabile ed è il travaso di bile di Giorgia Meloni, premier in pectore del centrodestra, contro l’appello a favore di Mario Draghi sottoscritto da diverse centinaia di sindaci. È incomprensibile, con i dati istituzionali consueti, il motivo alla base di questo intervento così duro: i sindaci non votano in Parlamento e, salvo rarissime eccezioni, non partecipano agli organismi dirigenti dei partiti.
Allora quale motivo ha spinto la Meloni, di cui tutto si può dire tranne che sia una politica sprovveduta, a far battere a tutte le agenzie il suo commento? Meloni sa bene, girando l’Italia da Nord a Sud isole comprese, quanto i sindaci rappresentino sempre più il cuore del paese. Già la legge elettorale, che aveva prodotto l’elezione diretta dei primi cittadini, aveva contribuito in modo rilevante a riconoscerli come baluardo delle singole comunità. I sindaci sono diventati inequivocabilmente il primo riferimento per i cittadini, nel bene e nel male. Se c’è qualcosa che non funziona, è sempre colpa del sindaco e allo stesso modo per ogni evento luttuoso o di festa una comunità si stringe attorno al suo primo cittadino nel piccolo paese o nella grande città. La pandemia ha rappresentato poi la forgiatura nel fuoco per i primi sindaci, che sono stati in prima fila anche quando lo stato centrale e le Regioni sbandavano nel fare chiarezza e nel cercare di districarsi in una tragedia che assumeva di giorno in giorno contorni più complessi e sconosciuti. Alcuni sono incappati in errori madornali, basti pensare agli aperitivi di Sala e Gori, ma hanno saputo sempre riprendersi rimanendo ogni giorno sul campo in un servizio spesso svolto h 24.
Si è sempre parlato del partito dei sindaci come una sorta di novità elettorale che doveva sbocciare da un momento all’altro, senza mai dipanarsi realmente. Oggi è persino da considerarsi superata l’idea che un contenitore possa realmente rappresentare la forza politica che i sindaci rappresentano nei confronti dei loro cittadini. L’appello a favore di Draghi nasce non da una tattica politica ma dall’esigenza concreta, che tutti i sindaci hanno quotidianamente, di un interlocutore stabile che sappia dare risposte credibili e rapide ai problemi sempre più gravi che affliggono le nostre città. I sindaci non rappresentano ormai da tempo solo la loro parte politica ma le quotidiane esigenze delle loro comunità sui temi centrali della vita quotidiana come lavoro, scuola, salute e assistenza sociale. Le forze politiche, che si apprestano a predisporre liste e programmi per questo strano appuntamento elettorale balneare, devono tenerne conto se vogliono predisporre proposte realmente efficaci per l’Italia. I sindaci, dal canto loro, sono anche chiamati in qualche modo a rivedere la loro rappresentanza istituzionale collettiva: dalla stantia ANCI al partito dei sindaci ci possono essere interessanti tappe intermedie.
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Povera Italia!

Era difficile, se non impossibile, riuscire a superare la “stoltezza politica” di ciò che rimane dei 5 Stelle, ma Forza Italia e Lega ci sono riusciti.
Non c’è limite al piccolo calcolo politico di leader-ini che nella vituperata Prima Repubblica non avrebbero trovato posto neanche nei consigli di Istituto delle scuole.
C’è qualcuno nel nostro paese a cui interessa il bene del popolo? Che è disposto a sacrificare la logica del tornaconto per una un’azione politica che risponda ai bisogni, alla povertà, alle esigenze della vita vera, non quella dei reality televisivi o dell’apparenza e dell’immagine? C’è qualcuno nel nostro paese per il quale l’impegno politico non è sull’onda di sondaggi, ma nel continuo impegno di ascolto, contatto, lavoro, mediazione e decisione per la Res Pubblica?
E poi qualcuno si scandalizzerà della bassa percentuale al voto e della sempre più scarsa sensibilità degli elettori!
Invece di guardare e analizzare sondaggi, perché questi piccoli uomini della politica non vanno nei supermercati a fare la spesa o nelle code degli uffici postali, nelle periferie delle nostre città dove toccherebbero con mano la realtà di questa nostra Italia?
Quante emergenze (economica, sociale, educativa, Covid, guerra) dovremo ancora sopportare perché ci si renda conto che è il tempo della responsabilità?
Hanno voluto andare al voto, ebbene non gli darò la soddisfazione di protestare contro l’astensione. Andrò a votare e cercherò persone e programmi di candidati (spero di trovarne) che abbiano questa responsabilità e sensibilità per il bene comune.
Ognuno di noi comunque ha la sua “piccola” o “grande” responsabilità di costruzione, di rapporti e luoghi dove poter sperimentare una umanità, un’accoglienza, una socialità, un’educazione. In altri termini una passione per l’umano.
Post di Stefano Dondi
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Che cosa ci insegna l’elezione di Michele Guerra

Il neosindaco di Parma Michele Guerra (foto presa da Facebook) Al neosindaco di Parma Michele Guerra vanno i migliori auguri di buono lavoro e credo proprio che ne abbia bisogno, viste le tante aspettative di una città che in questi anni ha voluto sperimentare soluzioni innovative da laboratorio politico, non sempre con successo.
Non lo conosco personalmente ma da oltre Taro mi arrivano riscontri positivi sulla persona, e non quelli interessati di qualche politico in cerca di accreditamento, ma da suoi studenti o compagni d’università. Le fonti sono importanti perché dimostrano il valore della persona al di là del ruolo,
È particolarmente significativo che sia una persona di valore a misurarsi con un carico di responsabilità notevole che ogni sindaco deve affrontare in quanto primo riferimento sul campo delle istituzioni in stretto rapporto con i cittadini. Lo sono poi in particolare in una città come Parma che ha sempre fatto sfoggio della sua diversità e autonomia come capitale di quel Ducato europeo ante litteram, diviso tra Francia, Spagna e Austria. Parma si è anche spesso baloccata in questa diversità mancando non pochi appuntamenti con l’innovazione. Michele Guerra è anche un giovane uomo di cultura e ha ben presente come la cultura non è un processo storico immobile ma muta al mutare e al trasformarsi delle abitudini, dei sentimenti e dei valori di chi abita e vive quotidianamente questa fetta di territorio. Si badi bene un territorio che non può essere stretto a cinta dall’Arco di San Lazzaro sino alla Crocetta, ma che si estende dai confini della Liguria sino alle Terre d’Ongina.
Una mossa vincente: la “pax pizzarottiana”
La “petite capitale” ha avuto negli anni questa particolarità: immaginarsi capitale europea e non riuscire nemmeno a essere capoluogo di provincia. Anche in questo qualche segno di speranza c’è. I due maggiori promotori della candidatura Guerra sono proprio il sindaco di Salsomaggiore e segretario provinciale del Pd Filippo Fritelli e il sindaco di Fidenza e presidente di una rinata Provincia Andrea Massari. La stessa parata di sindaci e amministratori della Provincia a sostegno di Guerra, in occasione del primo turno, fa ben sperare.
Si sa che le capitali soffrono sempre la concorrenza di chi tende a oscurarle e in questi decenni il conflitto Parma vs. Bologna è stato a tratti molto aspro. Gli ultimi anni sono stati contraddistinti dalla cosiddetta “pax pizzarottiana”, un patto di sangue firmato con il governatore emiliano-romagnolo Stefano Bonaccini. È proprio Bonaccini il primo fautore dell’accordo tra Pd e la “banda” Pizzarotti, che ha partorito la candidatura vincente di Michele Guerra. Una ritrovata sintonia tra Parma e la sua Regione non può che far bene a tutti visti anche i tristi risultati di anni di conflitto.
Alla fine se sono rose fioriranno, di fronte al nuovo sindaco ci sono temi decisivi per il futuro del nostro territorio in un momento epocale di passaggio storico. Quel quarantenne dalla faccia pulita apprezzato da tutti dovrà tirare fuori gli artigli oltre al suo sorriso che speriamo non perda troppo presto.
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Zuppi, Pasolini e Berlinguer

Il presidente della Cei Matteo Zuppi (foto di Francesco Pierantoni) La passione di una certa sinistra un po’ salottiera – non so se sia ancora di moda la dicitura radical chic – è quella di categorizzare ogni avvenimento dentro a una lettura che spesso risulta abbastanza disallineata dalla realtà.
L’elezione dell’Arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi a presidente della Conferenza Episcopale Italiana (Cei) è stata subito cavalcata dai corsivisti di punta di questa corrente, da Concita De Gregorio a Michele Serra, che hanno disegnato Matteo Zuppi come il prete di strada, paladino della visione del mondo di Papa Bergoglio, molto radicale e molto di sinistra.
Matteo Zuppi è in primo luogo un pastore che come ha sapientemente scritto Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium ha “l’odore delle pecore addosso”. Il suo essere tra la gente, che siano gli operai di un’azienda in crisi o i richiedenti asilo di qualche centro di accoglienza, non è la spasmodica ricerca di dialogo con una qualche non ben definita corrente intellettuale o peggio politica, ma è semplicemente l’annuncio del Vangelo incarnato nella quotidianità e ha un preciso modello: non quello seppur apprezzabile di Papa Bergoglio, ma quello del Vangelo e di un certo Gesù, che nel suo peregrinare incontrava per primi i diseredati e gli oppressi, come la Maddalena, la Samaritana e l’esattore corrotto. È bene quindi inquadrare la nomina di Zuppi all’interno di un percorso ecclesiale.
Un cammino in salita
Sarebbe allo stesso modo ingenuo non badare alla modalità straordinaria con cui Papa Francesco, – che in quanto Vescovo di Roma è capo dei vescovi italiani – ha sostenuto la nomina di Zuppi. In una sua intervista al Corriere della Sera Bergoglio ha fatto un identikit molto preciso del nuovo Presidente dei Vescovi Italiani, che rispondeva de facto al nome di Matteo Zuppi. Il percorso denota le forti resistenze all’interno dell’episcopato italiano, che più di altri ha sofferto le aperture del papa argentino e si è dimostrato reticente di fronte a dossier importanti come quello delle molestie sui minori. Del resto chi abbia un minimo di frequentazione ecclesiale sa bene come l’Italia più di altre nazioni, per diversi motivi storici, soffra l’ingerenza del potere temporale, ancor più di quello della magistratura. Nei giorni scorsi, in un dialogo, un Vescovo mi faceva queste affermazioni: “non dobbiamo parlare di valori che sono un retaggio della rivoluzione francese. Per noi esistono solo principi che non sono negoziabili”. Siamo ancora fermi alla vecchia diatriba ruiniana sui principi non negoziabili. Il cammino del Cardinale Zuppi sarà sicuramente in salita, anche se può contare sulle realtà associative e sui movimenti rimasti un importante baluardo per la chiesa italiana e sullo Spirito che ha ispirato la scelta di Papa Bergoglio.
Leader cercasi
Non vorrei deludere il mondo laico, ma Zuppi poco centra con le icone del mondo laico quali quelle invocate, forse in ragione anche di qualche anniversario, Pasolini a Berlinguer. Pasolini ha sempre sostenuto che attraverso l’arte si potesse elaborare una profonda critica della realtà sociale e politica e la sua importante opera va in quella direzione. Enrico Berliguer è stato forse l’ultimo leader politico popolare che, attraverso il dialogo nelle piazze e nelle sezioni del partito comunista, ha cercato di tracciare un futuro per il nostro paese e per il mondo secondo una opzione socialdemocratica. Certo, personalità come Berliguer e Pasolini ci mancano nell’era degli intellettuali da talk show, ma non è proponibile creare in laboratorio uno Zuppi laico. È invece da ripensare un modello culturale e politico del paese e forse solo la sinistra può rendersene conto. Si deve però scontare il fatto che la politica e la cultura non hanno una struttura verticistica come la Chiesa. Tale struttura è stata più volte criticata fuori e dentro la Chiesa, anche se oggi, esercitata con la sapienza di Bergoglio e mixata con la collegialità sempre più invocata all’interno delle comunità cristiane, può rivelarsi una grande opportunità.
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Un virus chiamato “trasformismo”

Si chiama Lorenzo Zejnati e nel 2020 alle elezioni amministrative ha guidato la lista del Pd a Prato. Proviene da Demos (Democrazia e solidarietà), partito creato dal fondatore della Comunità di San Egidio Andrea Riccardi e dal commissario europeo Paolo Gentiloni. Eppure, nonostante questo pedigree, galeotto fu per Zejnati il pellegrinaggio a Milano e l’incontro con Daniela Santanchè, da qualche anno approdata alla corte di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia. Non propriamente la Madonna di Lourdes e tanto meno la Vergine del Rosario del Sacro Monte di Varese, eppure Zejnati, dopo un’estasi prolungata, annuncia la sua adesione proprio a Fratelli d’Italia.
Apriti cielo! La notizia, come una bomba, approda alle testate nazionali con tanto di commento di Michele Serra sull’Amaca di Repubblica. Il segretario pratese del Pd si straccia le vesti e dice “mai più candidati senza una sicura militanza!”. Del resto qualche dubbio era sorto già al momento della sua candidatura: in pochi lo conoscevano ma il pedigree era ottimo con tanto di benedizione del guru di Sant’Egidio, un bel fiore all’occhiello per qualsiasi lista alla ricerca della novità assoluta.
Le contraddizioni erano subito esplose con Zejnati all’attacco soprattutto sui temi dell’accoglienza e dell’inclusione, sui quali il Pd pratese, come quello nazionale, erano considerati da Zejnati troppo tiepidi. A questo punto si dovrebbe chiedere aiuto alla psichiatria: se il Pd è troppo debole, Fdi è certamente contraria ad ogni tipo di accoglienza, ma del resto il manifesto di Demos (realtà di provenienza di Zejnati) dedica addirittura un intero capitolo alla lotta ai populismi e ai sovranismi ben rappresentati in Italia dai “fratellini” della Meloni.
Porte girevoli
La vicenda Zejnati, nella sua assurda anormalità, ci lascia parecchi interrogativi anche scavallando l’Appennino e raggiungendo le nostre pianure emiliane, che da sempre sono terra di conflitti e di appartenenze forti. In realtà oggi non più, poiché anche nella terra che vide combattersi Don Camillo e Peppone, o più concretamente, nella storia del nostro Borgo, Giuseppe Verdi e Luigi Musini, le appartenenze si fanno ogni giorno più sfumate.
Anche da noi i partiti nel formato tradizionale non esistono più. Spesso sono porte girevoli a uso e consumo dello Zejnati di turno, personalità lanciate alla costruzione di una carriera politica. Nemmeno del Pd erede del glorioso Pci, che pure ha lasciato tracce indelebili sul nostro territorio, se non grazie a coraggiose resistenze individuali. Questo è senz’altro un male perché il trasformismo – soprattutto in un paese che non brilla certo per memoria né a lungo né a breve termine – rischia di prendersi il campo e accompagnarci verso una deriva individualista pericolosa.
Recentemente ho particolarmente apprezzato le dichiarazioni di Lorenzo Lavagetto, capogruppo del Pd al Consiglio Comunale di Parma, che uscito sconfitto dalla lotta per l’investitura del candidato sindaco del centrosinistra nel capoluogo ducale, per disciplina di partito – vecchio arnese anche questo – si allineava alla scelta della maggioranza non con lo spirito dell’opposizione interna, ma addirittura accettando di essere il capolista della lista Pd.
Mi rimane un dubbio: il futuro è degli Zejnati di turno, oppure possiamo ancora sperare in eroi buoni alla Lavagetto? Rispondere a questa domanda è importante per il futuro del paese e delle nostre comunità.
