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Finché c’è guerra c’è speranza?

Immagine presa da Wikipedia Il conflitto in Ucraina vede protagonisti tanti Pietro Chiocca, commerciante in armamenti interpretato dal mitico Alberto Sordi nel celebre film “Finché c’è guerra c’è speranza”.
Boris Johnson
Reduce dal disastro della Brexit, da una gestione fallimentare della pandemia e sempre più impantanato nelle sue tante gaffe, più comico che statista, si è ritagliato il ruolo di super guerrafondaio per tentare di riportare il Regno Unito sul suolo del continente europeo da liberatore e allo stesso tempo dare scacco all’odiata e divisa Unione Europea.
Joe Biden
Non è parsa vera al grigio presidente democratico un’occasione così grande per far risorgere la potenza gendarme americana, opponendosi all’antico nemico russo alleato del male assoluto, il suo predecessore Donald Trump. Nello stesso tempo altri due obiettivi potevano essere perseguiti: intimidire il colosso economico cinese in grande e inarrestabile ascesa e mettere in riga l’Unione Europea, facendo chiaramente capire che senza l’alleato atlantico non si può far nulla.
Giorgia Meloni
Per restare a casa nostra, la leader di Fratelli d’Italia ha scelto il basso profilo che gli ha fatto ottenere due risultati. Da una parte si è rifatta una verginità con posizioni atlantiche da destra tradizionale, abbandonando populismi e reminiscenze del ventennio, e dall’altra ha messo nell’angolo il suo principale nemico Matteo Salvini, che nelle prime settimane di guerra ha collezionato figuracce a non finire.
Matteo Salvini
Non so se sia stato Giancarlo Giorgietti o qualche altra mente leghista illuminata, ma il tarantolato Matteo ha compreso che collezionare altri colpi da ko, come quello rimediato con la visita al confine polacco, avrebbe coinciso con la fine della sua fulminea carriera politica. Contro la sua stessa natura si è messo in stand by attendendo giorni migliori e pare proprio che questi giorni stiano arrivando. Il prolungarsi della guerra fa salire il malcontento nel popolo italiano, che è generoso, ma poi però pensa alla benzina che cresce e alle vacanze che si avvicinano e comincia ad avere qualche dubbio. E allora eccolo là l’uomo del Papete con il suo “adesso basta”, modello “apriamo tutto” al tempo del Covid.
Alessandro Orsini
È un fenomeno tutto italiano. Nessuno lo conosceva prima e nessuno lo ricorderà dopo. Eppure una vampata di gloria non si nega a nessuno nell’italico e sguaiato olimpo dei talk show. Del resto grazie ai talk molti di noi hanno scoperto di avere un virologo come vicino di casa.
Giuseppe Conte
Il due volte premier e volto delle conferenze stampa fiume a reti unificate era ormai l’ombra di se stesso. Si spacciava come capo del primo gruppo parlamentare italiano, salvo poi essere smentito nei fatti, a partire dall’elezione del Presidente della Repubblica. Non era più credibile nemmeno per il Tribunale di Napoli ed ecco il colpo di genio dell’avvocato degli italiani: si inventa pacifista nel tentativo, in realtà poco riuscito, di intercettare i soliti “maldipacisti piddini” e ritagliare un senso alla sua parabola politica che sta precipitando.
I comunisti nel metaverso
Ormai tutti pensavano che le bandiere rosse con falce e martello e altri orpelli simili fossero destinati a campeggiare soltanto in qualche mercatino dell’antiquariato come anticaglia neanche troppo preziosa. Invece no. Con la guerra in Ucraina, e in attesa della parata sulla Piazza Rossa, i comunisti sono riapparsi nel metaverso putiniano, ancora abbagliati dal “sol dell’avvenire” che sorge a Est e ha come faro la Grande Madre Russia. Hanno ripreso la scena leader come Marco Rizzo, il cui avatar sogna ancora di combattere al fianco dell’Armata Rossa nell’assedio di Stalingrado. Ma nel frattempo gli assaliti sono diventati assalitori.
Generosi per caso
Sono una categoria nata con la guerra Ucraina. Bussavano a ogni porta e suonavano ogni campanello istituzionale per poter ospitare un ucraino con somma generosità, sentendosi così al centro della notizia con tanto di braccialettino giallo azzurro di ordinanza. Peccato che spesso fossero gli stessi che si stracciavano le vesti non appena un barcone attraccava a Lampedusa, magari organizzando manifestazioni “il mio comune non accoglie”. Ma del resto si sa le ucraine sono bionde con gli occhi azzurri, mentre a Lampedusa arrivavano neri, sfaccendati e puzzolenti.
Generosi per caso pentiti
Sono quelli che si sono accorti che non basta ospitare qualche ucraino per avere la troupe de “La Vita in diretta” sul pianerottolo di casa e nel tempo hanno perso il loro entusiasmo, perché poi i bambini vanno integrati a scuola e alle donne va cercata un’occupazione. Insomma, alla fine anche al rifugiato ucraino si applica lo stesso triste proverbio che si applica a ogni ospite che ci occupa casa per troppo tempo…
La loro Santità
È il fenomeno più stravagante di questa guerra. Papa Francesco è riuscito ad avere il massimo dei consensi tra mangiapreti e anticlericali infoiati. Del resto siamo ben coscienti, non è necessario essere buddisti per apprezzare il Dalai Lama. La cosa più straordinaria è che questi neo papalini si accendevano come cerini al grido “il Papa non si deve occupare di politica”. Cosa sarà successo? A noi che dalla parte di Papa Francesco siamo sempre stati non resta che pensare a una immensa e collettiva conversione sulla via di Damasco.
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Riconoscersi uomini la vera Liberazione

Una fotografia di nonna Laura. “Tenere banditi!”. Lo scenario è quello della Lunigiana, terra di mezzo per eccellenza tra Toscana, Emilia Romagna e Liguria. Lo stentato italiano è quello di un giovane soldato della Wehrmacht. I banditi sono i partigiani, che popolano in abbondanza l’estremo lembo della Linea Gotica. Sono banditi – stessa espressione usata da Putin verso i resistenti ucraini, definiti “banditi nazisti” – coloro che non sono riconoscibili come uomini e tanto meno come avversari con una loro dignità. I banditi sono il dentista del paese, il capo partigiano “Falco delle Apuane” – così verrà ribattezzato anche l’unico albergo di quel tratto di Lunigiana a guerra finita –, qualche studente e tanti umili boscaioli che difendevano i loro monti proprio come oggi fanno i “banditi” ucraini, che sono professionisti, studenti e, segno dei tempi, anche donne. A ricevere quella stentorea minaccia è nonna Laura, giovane donna non ancora trentenne che però già conosceva la durezza della vita e la povertà più nera: immigrata in Francia, lo scoppio della guerra l’aveva costretta a fuggire per ritornare in quella piccola frazione del comune di Zeri, da dov’era partita pochi anni prima alla ricerca di una vita dignitosa.
Il vescovo e il maggiore inglese
Ma facciamo un passo indietro. La Lunigiana, come tutte le terre di mezzo, è un posto strano dove i partigiani sono in maggioranza cattolici al contrario della gran parte degli altri territori della Resistenza. È però un posto dove l’umanità conta, forse per colpa della durezza della vita a cui si fa l’abitudine sin da bambini. Non è un caso che in quella terra si possano incontrare personaggi particolari e possano accadere cose impensabili, come un vescovo che scala una montagna per raggiungere il fronte e incontrare un maggiore inglese. È Giovanni Sismondo, vescovo di Pontremoli, “con l’odore delle pecore addosso” come direbbe Papa Francesco, disposto a mettere a rischio la propria vita per il suo gregge. Sapeva quello che rischiava, quando nelle sue omelie condannava duramente i rastrellamenti fascisti e nazisti che mietevano vittime nelle montagne della Lunigiana. I nazisti volevano rapirlo e ucciderlo, ma il popolo era la sua difesa. Qualcuno provò a mettere definitivamente a tacere quel vescovo scomodo lanciando una bomba nella sua stanza, ma al buon Dio quella voce serviva davvero.
Sismondo sale le vette della Lunigiana tra Rossano e Arzelato per incontrare il maggiore inglese Gordon Lett. Il maggiore era anch’egli un personaggio ben deciso e con le idee chiare. Dopo l’8 settembre riesce a fuggire dal campo di prigionia di Veano, in provincia di Piacenza, e cerca subito di riunirsi con gli alleati per continuare la guerra. L’operazione è molto complessa: raggiungere la Corsica per poi dirigersi in Sicilia, ma giunto a Rossano in Lunigiana incontra un gruppo sbandato e al contempo deciso a opporsi a costo della vita all’invasore nazi-fascista. Ci mette un attimo a capire che il suo posto era quello e lì fonda la sua “Brigata internazionale” (oggi il dittatore russo li chiamerebbe mercenari).
Su quella montagna, Lett mai avrebbe immaginato di trovarsi di fronte un vescovo cattolico decisamente fuori luogo. Ma l’umanità prevale subito come prevalgono gli obiettivi alti che entrambi portavano nel cuore. Sismondo chiede a Lett di risparmiare Pontremoli dai bombardamenti alleati per l’alto valore storico e religioso dei suoi monumenti, in particolare la Chiesa della SS Annunziata. Le vicine Aulla e Villafranca erano già state rase al suolo. Lett sa che la richiesta è di quelle importanti, da cui non si può fuggire, anche se necessità di una contropartita. Pontremoli era uno dei comandi più importanti delle forze nazi-fasciste sulla Linea Gotica. Lett sapeva che la richiesta del vescovo andava ben al di là di un obiettivo contingente, allo stesso tempo non dimenticava il suo obiettivo: liberare l’Italia dal nazifascismo. Era necessaria una contropartita e il maggiore non esita, come si fa tra uomini veri: chiede al vescovo la mappa di tutti i rifugi dei nazifascisti a Pontremoli. Sismondo è uomo di Chiesa e di pace e non può accettare di consegnare alla morte degli uomini, nonostante fossero dalla parte sbagliata della storia. Se ne va deluso ma non troppo, perché quando l’umanità si incontra può prendere strade diverse, e comunque qualcosa di grande si è compiuto. Qualche giorno dopo il maggiore Lett troverà un foglio in maniera fortunosa sotto un albero, dove in un testo sgrammaticato si faceva l’elenco dei rifugi nazisti. Pontremoli non sarà bombardata e una volta liberata vivrà il grandissimo impegno del suo vescovo a tutela dei prigionieri nazifascisti. Dietro la croce di un uomo di Chiesa e le mostrine di un maggiore si erano incontrati due grandi uomini e di quel incontro ancora oggi sono altri uomini a beneficiarne, senza più distinzione tra nemici, vincitori e vinti.
Un giovane che sta male
Intanto alla porta della sua piccola casa di Arzelato nonna Laura fa un incontro inatteso. È un giovane che sta male. Porta la divisa della Wehrmacht, ma per lei è in primo luogo un giovane che sta male in terra straniera. Forse chissà, sarà capitato anche a lei quando viveva in Francia. Non esita, lo ospita e gli offre qualcosa di caldo, ciò che si poteva trovare dove mancava tutto. Sa del rischio che corre. I partigiani e i suoi commilitoni, che lo vedevano come un disertore, avrebbero visto prima di tutto il nemico e i suoi complici, non una giovane che aiuta un giovane. Riconoscersi uomini è il primo passo verso la libertà. Quello più importante.
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Uno squarcio di sole

È strano.
Si pensa di conoscere tutto (o quasi) della nostra città, dei luoghi e delle persone che la vivono. Poi accade “qualcosa” che in modo imprevisto introduce una prospettiva più profonda, più accurata.
Mi spiego meglio.
Sul volontariato e l’associazionismo di questa terra tanto viene detto e tanto viene fatto e si corre il rischio di dare per scontato che esista, come fosse l’obelisco di piazza Garibaldi; passa l’ambulanza della Pubblica assistenza, leggi la scritta Avis – per citarne solo due fra le più conosciute a livello locale – e non ci si rende conto che ci sono dei volti, delle persone che rendono possibile quel servizio. Sembra che “debba essere così” per forza di inerzia.
Così come è molto facile che ci si porti appresso, in questa cittadina né grande né piccola dove ci si conosce quasi tutti, una propria idea o immagine di tizio e caio.
Quando però ti soffermi un attimo e ti “capita” di incrociare in un lasso di tempo e spazio alcune di quelle persone che “fanno qualcosa per la comunità”, allora ti si spalanca un mondo nuovo, una realtà di bene che ti tocca.
A me questo è accaduto incontrando Stefano della Caritas. Ci si era incrociati in diverse occasioni, ma senza mai avere il tempo di qualcosa di più di una telefonata o un “ciao, come va?”. È bastato il tempo di un aperitivo e il desiderio di conoscere, aldilà di quello che pensiamo già di sapere.
Ci sono persone che credono in quello che fanno, che danno tempo, energia e sacrificio per tutti noi, poveri o meno poveri.
Poi si potrebbe vederla e pensarla diversamente su tante conseguenze, ma finché ci sono persone e realtà così, uno squarcio di sole illumina il solipsismo individualista che tanto ci si porta appresso e un invito di gratuità può cambiare la nostra comunità in meglio.
Post scritto da Stefano Dondi.
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La Chiesa italiana riparta da Don Camillo

Foto tratta da Flickr. Seminari vuoti e chiese ancora più vuote dopo la pandemia. È in questo scenario che la Chiesa italiana sta vivendo il suo Sinodo. Ormai da decenni i credenti praticanti, quelli che vanno a Messa la domenica, si attestano sotto il 10% della popolazione e ora l’effetto pandemico evidenzia un ulteriore abbassamento delle frequenze domenicali.
Non c’è però ancora il rischio dell’irrilevanza dei cattolici italiani. Pensiamo al grande impegno di istituzioni come Caritas e di realtà associative come Agesci durante la pandemia, o ancora al grande ruolo di supplenza e progettualità di molte realtà di matrice cattolica nell’ambito del welfare. Pensiamo alla capillarità di alcune realtà associative come Azione Cattolica, o a importanti momenti di riflessione politica, culturale e sociale come il Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione. Infine, pensiamo all’importante lavoro di mediazione internazionale di realtà come la Comunità di Sant’Egidio.
Rischio scollamento
C’è però un rischio ed è quello dello scollamento tra l’impegno laicale e quella che un tempo si sarebbe chiamata la “chiesa gerarchica”, dai vescovi ai parroci.
Papa Francesco aveva già ben chiaro questo rischio quando al Convegno ecclesiale di Firenze nel 2015 chiedeva una chiesa italiana in uscita. Il suo appello si rivolgeva direttamente ai vescovi con due esempi molto concreti. Il primo era il racconto di un vescovo pigiato sulla metro che non riusciva ad agganciarsi rischiando di finire calpestato a terra e veniva salvato solo dal sostegno della gente che gli era accanto. Questa parabola, secondo Francesco, è l’immagine che calza a pennello alla sua immagine di Chiesa, dove i vescovi sono sostenuti dalla propria gente.
Nel secondo esempio Papa Bergoglio, disegnando la figura del sacerdote e del vescovo, attingeva a Giovannino Guareschi, autore da lui particolarmente apprezzato, che metteva in bocca a Don Camillo la descrizione del sacerdote ideale. «Sono un povero prete di campagna che conosce i suoi parrocchiani uno per uno li ama, che ne sa i dolori e le gioie, che soffre e sa ridere con loro».
Il Convegno di Firenze è stato accantonato molto più rapidamente di quanto accaduto per gli altri appuntamenti nazionali. Così come i vescovi italiani hanno tolto dal tavolo gli appelli sempre fatti da Papa Francesco a una riorganizzazione territoriale della chiesa italiana, con la soppressione delle Diocesi più piccole, e il pressante invito a fare chiarezza sul dossier pedofilia.
“Modello” Brescello
Nel prossimo mese di maggio la Conferenza Episcopale Italiana sarà chiamata a eleggere il suo presidente. Bergoglio avrebbe preferito un’elezione diretta, come avviene nelle conferenze episcopali di tutto il mondo, ma per deferenza all’autorità del Papa vescovo di Roma, e quindi primate della chiesa italiana, sulla sua scrivania arriverà una terna. Il Papa argentino sarà pronto a dire l’ultima sul nome del successore del Cardinale Gualtiero Bassetti e come sempre nulla è scontato.
Due nomi si fanno con insistenza quello del Cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, e di Monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi. Si tratta di due vescovi regnanti nella “rossa” Emilia. Sono due vescovi che hanno “l’odore delle pecore addosso”, espressione usata dallo stesso Bergoglio, molto simili al curato di Brescello creato dalla penna di Guareschi.
L’Emilia è da sempre terra di alleanze come quella stretta, volenti o nolenti, dal sindaco rosso Peppone e dal curato Don Camillo. Essere nel mondo in uscita per stringere alleanza era l’auspicio formulato sempre a Firenze da Papa Francesco. Se uno dei due prelati sarà chiamato a presiedere i vescovi italiani anche per il Sinodo, si potrebbero aprire strade insperate.
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Se la politica non sa più programmare

Sono tante le polemiche di queste settimane sulla pianificazione territoriale dei comuni della nostra provincia, a partire dal capoluogo. I temi dell’aeroporto per aerei cargo e del nuovo stadio Tardini hanno già animato l’avvio della campagna elettorale per l’elezione del sindaco di Parma, spaccando le coalizioni a partire da quella che unisce Pd ed Effetto Parma. Le polemiche non sono mancate nemmeno nel nostro comune in particolare sul nuovo insediamento commerciale di via Croce Rossa.
La legge regionale 20 del 2000 ha dato attuazione nella nostra Regione al Piano Strutturale Comunale: “…realizzare un efficace ed efficiente sistema di programmazione e pianificazione territoriale che operi per il risparmio delle risorse territoriali, ambientali e energetiche al fine del benessere economico, sociale e civile della popolazione regionale, senza pregiudizio per la qualità della vita delle future generazioni”. La norma parla di “uso appropriato delle risorse ambientali, naturali, territoriali e culturali”.
Lettera morta
Le indicazioni della normativa sono rimaste pressoché lettera morta, pur realizzando per obbligo di legge i PSC nella gran parte dei Comuni emiliano-romagnoli. Due sono a nostro parere le motivazioni. La prima è la scarsa capacità programmatoria della politica, senza distinzione di parte, che vede come unico orizzonte temporale la successiva scadenza elettorale, pianificando le inaugurazioni in campagna elettorale. La seconda uno scarso interesse dei cittadini allo sviluppo delle città, fatto salvo la nascita dei Comitati per il No quando le proposte vanno a realizzazione (oggi abbiamo già il comitato “No Cargo” e presto attendiamo il “No Tardini”), secondo l’abusato principio del “not in my back yard” (non nel mio cortile), con tanto di strumentalizzazione politica da parte delle opposizioni.
In questa morsa vengono spesso stretti gli uffici tecnici e di pianificazione territoriale dei singoli comuni (dove ancora sono rimasti, visto che in molti piccoli comuni sono stati chiusi in ottemperanza alla spending review e al blocco delle assunzioni): tra la mancanza di indirizzo politico e i cosiddetti “portatori di interesse”, che ottemperando alle loro esigenze imprenditoriali hanno “fretta di chiudere”.
Cambio di mentalità
La pandemia ha ancora di più evidenziato i limiti programmatori sul piano sanitario, con la totale assenza della medicina territoriale martoriata da anni (programmare le risorse culturali significa anche programmare gli accessi alle professioni: si pensi all’assoluta carenze del personale infermieristico e dei cosiddetti medici di famiglia), e sul piano sociale, dove le periferie sono protagoniste assolute del tema del disagio giovanile.
La logica del cogliere ogni occasione imprenditoriale proposta ha qualche limite, perché spesso dimentica l’impatto sociale, la qualità del lavoro e preclude la via ad altre proposte che magari necessitano di più tempo per essere realizzate.
Tra le proposte (si chiamano “schede di progetto”) approvate dall’ultimo consiglio comunale di Fidenza c’è ad esempio una non ben definita struttura residenziale per anziani di circa 100 posti, che va in assoluta controtendenza con le indicazioni delle Regione, del Pnrr e in primis dagli esiti del lavoro della commissione nazionale sui servizi agli anziani istituita dal Ministero della Salute e presieduta da Mons. Vincenzo Paglia, oltre a non tener conto del sistema dei servizi oggi presente sul territorio.
È necessario un profondo cambio di mentalità nella politica, nelle istituzioni, nei cittadini e nella classe imprenditoriale, perché provvedimenti legislativi illuminati come la legge regionale 20 del 2000 trovino una reale attuazione.
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Due calci nel sedere non bastano

Nei giorni scorsi un fatto di cronaca piuttosto grave ha colpito la nostra città: durante una furiosa lite tra ragazzi un giovane di 17 anni è stato accoltellato, per fortuna senza gravi conseguenze.
È un episodio senza dubbio preoccupante, che richiede una riflessione approfondita. La prosopopea giornalistica ha creato in questi anni la figura del sindaco “sceriffo”, che al semplice schioccare di slogan come “due calci nel sedere” o “la lista dei cattivi” risolve tutti i problemi. Del resto mettere una crocetta su nome e cognome crea l’unto da investitura diretta. Da quel momento lode al sindaco taumaturgo che diviene anche colpevole di tutto, meteorologia compresa. È una prosopopea che faceva andare in brodo di giuggiole il popolo destraiolo, e in particolare leghista, ma che si è presto diffusa anche tra l’elettorato di centrosinistra, stanco dell’eterna indecisione di quel partito nato da una fusione fredda, e alla ricerca di sindaci semidei da mettere nell’Olimpo progressista (o meglio, oggi si dovrebbe parlare di “campo largo”).
Per qualche copia in più
Per fortuna spesso si tratta solo di disperato marketing massmediatico, del tipo vendo una copia in più e si ricava il virgolettato da ragionamenti ben più complessi. Del resto sarebbe drammatico il contrario. I sindaci hanno quotidianamente sul loro tavolo la lista dei cattivi, forse sommersa da un po’ di altre carte, ma se sanno svolgere bene il loro incarico pro tempore, possono tranquillamente dissotterrare i dispacci dei diversi corpi di polizia, compreso il loro corpo municipale, quelli delle prefetture e delle questure e ultimi ma non meno importanti quelli dei loro servizi sociali, su cui hanno una responsabilità diretta forse alle volte un po’ dimenticata.
I sindaci, almeno quelli che frequento io, conoscono il territorio del loro comune molto meglio di quanto noi pensiamo e sanno distinguere una bravata da un problema serio. Se qualche volta si abbandonano a dichiarazioni roboanti, lo fanno solo per restituire alle loro comunità un po’ di quel senso di sicurezza che già era fortemente messo in discussione dal graduale venir meno del senso di comunità e dopo due anni di pandemia sembra ormai completamente frantumato.
Non fanno poi un gran servizio i circhi mediatici, solitamente in onda sulla Rete orfana del buon Emilio Fede, che si inventano le “baby gang”, a cui onestamente preferisco le simpatiche canaglie con capelli impomatati protagoniste del serial televisivo andato in onda negli Stati Uniti tra le due guerre mondiali.
Il conflitto generazionale non è certo una novità nella storia dell’umanità, ciò che è mutato e in modo profondo sono i caratteri della nostra società. La famiglia e le reti sociali sono in agonia come lo è la scuola, la Chiesa e tutte le istituzioni formative. Lo stesso patto educativo informale, che ha caratterizzato i tempi moderni e il passaggio da una cultura rurale a una realtà industriale, stenta a tramutarsi in patto formale per le resistenze delle varie lobby educative e produttive, che abitano la nostra società ormai post industriale.
Educare per strada
Mi ha colpito nei giorni scorsi un dialogo avuto con un formatore del Gruppo Abele di Torino. Fondata da Don Luigi Ciotti oltre cinquant’anni fa, l’associazione è stata a fianco dei giovani e dei ragazzi nei contesti più complessi sulla strada, anche in quei luoghi dove il controllo del territorio era da tempo nelle mani criminalità organizzata.
Il formatore del Gruppo Abele sottolineava come nelle ultime settimane sono stati chiamati da molti comuni che chiedevo loro interventi di educativa di strada: «Pur in buona fede e con le migliori intenzioni, sindaci e amministratori pubblici fraintendevano “l’educativa di strada” sovrapponendola a una sorta di azione di “polizia dolce”, che con una bacchetta magica risolveva tutti i problemi imputati alle “simpatiche canaglie”. Ogni intervento educativo dalla famiglia sino ai diversi contesti sociali, tanto più in realtà complesse, è un percorso dove devono crescere stima e fiducia reciproca e necessita di tempi adeguati, perché le persone non si formano secondo le mode mediatiche».
È quindi necessario che le amministrazioni pubbliche, magari chiarendosi al proprio interno e possibilmente tutti d’accordo, promuovano interventi educativi in collaborazione con la rete educativa territoriale coscienti però che questi interventi non sostituiscono i necessari interventi di polizia destinati a punire e prevenire reati. Anzi sarebbero auspicabili collaborazioni strette tra le forze di polizia, la magistratura in particolare quella minorile e chi promuove il patto educativo territoriale.
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Una camminata silenziosa per la Pace





Foto gentilmente concesse da Marco Cavallini. C’è un’immagine in particolare che mi ha molto colpito in questi giorni: il claudicante e anziano Papa Francesco che sale le scale dell’ambasciata russa presso la Santa Sede per andare a chiedere con forza la Pace. L’ambasciatore, da quanto riferiscono le cronache, rimase esterrefatto nel trovarselo di fronte. «Farò il possibile» sarebbe stata la sua imbarazzata risposta.
Per molti – dalle paludate gerarchie ecclesiastiche ai cosiddetti “uomini di mondo” – la pastorale dei gesti inaugurata da Papa Francesco è scandalosa. Fu Gesù stesso a essere considerato scandaloso agli occhi dei ben pensanti del suo tempo con incontri disdicevoli (Zaccheo, la Maddalena e la Samaritana sono solo alcuni tra i tanti). Bergoglio è gesuita e conosce sino in fondo la Parola letta, meditata e attualizzata nella Lectio Divina. Sa benissimo come da sempre il Vangelo sia scandalo e non una banale storiellina a lieto fine. È anche consapevole della potenza del Vangelo come strumento di speranza.
Salvare ciò che è perduto
La stessa speranza testimoniata dalle tante persone che hanno risposto all’appello di digiuno e preghiera del Papa, e che hanno attraversato in silenzio le vie del centro di Fidenza, mettendo da parte ogni differenza di pensiero e di credo. A questo appello si è unito anche il sindaco Andrea Massari con tutta l’amministrazione comunale a dimostrazione, come già nei periodi più bui della pandemia, della coesione che anima la comunità fidentina, rappresentata in modo concreto dai tanti che hanno sostenuto la raccolta di aiuti presso il “Mini Mix” di via Gramsci. Mai forse avremmo pensato che ci si potesse stringere il cuore vedendo preparare bancali.
Al di là delle opinioni e delle ricette politiche, ognuno di noi non si può esimere da questa ricerca di salvezza e i fidentini come molti altri lo hanno capito. Oggi proviamo sulla nostra pelle con la guerra nel cuore dell’Europa e il pericolo nucleare non più così astratto, quanto espresso da Papa Francesco nell’enciclica “Fratelli tutti”, citata dal Vicario Generale Don Gianemilio Pedroni al termine della camminata silenziosa del mercoledì del Ceneri: «Tali situazioni di violenza vanno moltiplicandosi dolorosamente in molte regioni del mondo, tanto da assumere le fattezze di quella che si potrebbe chiamare una “terza guerra mondiale a pezzi”».
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Perché “La rosa bianca”

Il 22 febbraio del 1943 veniva giustiziata Sophie Scholl leader del movimento anti nazista “La Rosa Bianca”. Il movimento si ispirava ai valori cristiani ed era prevalentemente composto da giovani universitari protestanti, ortodossi e cattolici. Sul fronte francese e sul fronte russo avevano toccato con mano gli orrori del nazismo nei confronti degli ebrei e l’applicazione dell’eutanasia su disabili fisici e psichici sul modello eugenetico di Josef Mengele. La loro “resistenza passiva” al nazismo, che erano convinti da lì a poco sarebbe crollato, proponeva un modello alternativo: quello dell’Europa federale ispirata dal sacerdote italiano Romano Guardini. Il loro modello d’azione era quello della distribuzione pubblica di volantini che invitavano il popolo tedesco alla resistenza passiva.
La storia non si ripropone mai allo stesso modo e su questo sarebbe d’accordo anche Giovanbattista Vico. L’Italia e l’Europa non devono temere il ripetersi tale e quale degli orrori del nazismo o del fascismo. Ci sono però pericoli che sfidano le nostre comunità e per questo riteniamo che anche oggi, con nuovi strumenti e modalità, sia necessario mettere in campo a livello locale come globale una resistenza. Gli anni della pandemia ci lasciano la forte sensazione che il patto comunitario sia in crisi. La politica, come luogo del confronto e della decisione, è in agonia. Fare politica sembra diventata un provino per partecipare all’ultimo dei reality. Sono richiesti un bel aspetto e un ottimo social media manager, poco importa se non si ha nulla da dire. Pensiamo che i valori cristiani, come quelli del pensiero socialista, liberale, verde e ambientalista, abbiano ancora molto da dire alla nostra società e non possano essere banalizzati da un populismo che ha divorato come un tarlo anche le parte più sane della nostra società e della politica.
È per questo che con un gruppo di amici abbiamo pensato e voluto questo blog, che vuole essere un luogo di libera espressione e di confronto come lo “Speakers’ corner” di Hyde Park. È per questo che aspetto i vostri contributi che pubblicheremo con una regola sola: costruire il futuro contro quel populismo che vuole solo distruggere, anti camera di quelle ideologie del terrore contro le quali Sophie Scholl e i giovani amici della Rosa Bianca si sono battuti fino al coraggioso sacrificio della vita.