Dalla Meloni una lezione per la sinistra

Ci sono tre elementi per poter dire, anche da sinistra, che la vittoria di Giorgia Meloni è un fatto politico positivo.

Sembra follia ma pensiamo agli scenari che si sarebbero aperti in caso di un nuovo pareggio. Era impensabile infatti con tre proposte alternative che fosse possibile la vittoria del campo di centrosinistra. Il pareggio era il migliore dei risultati possibili, come del resto auspicato dallo stesso Enrico Letta. La storia sarebbe stata uno spartito molto simile a quello già scritto negli ultimi 10 anni dalla caduta del governo Berlusconi nel novembre 2011 e in precedenza vista con i governi Amato, Ciampi e Dini. Si sarebbe dato vita all’ennesimo governo tecnico magari con l’apporto del Partito Democratico sempre più apparato e sempre meno partito.

La vittoria di Giorgia Meloni – tralasciando la retorica al femminile che non ci convince e non appartiene alla storia politica della Presidente del Consiglio –, è la vittoria della politica. È la vittoria di un programma, di alcune idee guida e di un partito che si allea in coalizione con altri partiti. Sembra la normalità e invece per l’Italia dal 1992 è un’assoluta novità.

La fine dei partiti politici di massa ha coinciso con la fine delle leadership politiche. Gli stessi Silvio Berlusconi e Romano Prodi non sono ascrivibili come leader di partito. Il primo è un self made man. È l’imprenditore “unto dal Signore” per salvare un paese alla deriva. Il suo movimento politico, mai definito da lui partito, è stato più che altro uno strumento tecnico per mettere a terra il suo salvifico intervento. Romano Prodi è in primis il “professore”. È il papa straniero messo in campo dagli eredi del Pci per entrare nella stanza dei bottoni senza fare troppo rumore. Poi sono arrivati Dini, Monti, in un certo senso “l’avvocato del popolo” Giuseppe Conte e, per finire, il Grand Commis de l’État Mario Draghi.

Il ritorno della politica dal basso

Giorgia Meloni è un politico che sa fare il suo mestiere. Nel suo discorso alle Camere ha esposto in modo chiaro il suo programma politico, ridando centralità al luogo principale di una democrazia parlamentare. Negli anni i leader populisti Berlusconi prima, Conte poi e non dimentichiamoci nemmeno di Matteo Renzi parlavano direttamente al popolo, quasi come se le Camere fossero un impiccio. I tecnici ci snocciolavano i numeri, spesso impietosi, dicendoci che non c’era tempo per la discussione politica se si voleva salvare il Paese.

Giorgia Meloni è una militante che viene dai volantinaggi, dalle assemblee e dai cortei. Rappresenta quella politica fatta dal basso che in questi anni è stata fortemente disprezzata e osteggiata, ma rappresenta ancora, nonostante tutto, l’unico modo per rendere un paese realmente democratico.

Giorgia Meloni ha un’identità politica – non diciamo ideologia per carità, è quasi una bestemmia – forte che è parte integrante del suo programma politico, lasciando perdere i soliti pupazzi di corte che in questo primo mese hanno inanellato un errore dietro l’altro per ingraziarsi il capo.

Giorgia Meloni Presidente del Consiglio può essere una buona notizia anche per la sinistra se saprà comprenderla.

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