Un virus chiamato “trasformismo”

Si chiama Lorenzo Zejnati e nel 2020 alle elezioni amministrative ha guidato la lista del Pd a Prato. Proviene da Demos (Democrazia e solidarietà), partito creato dal fondatore della Comunità di San Egidio Andrea Riccardi e dal commissario europeo Paolo Gentiloni. Eppure, nonostante questo pedigree, galeotto fu per Zejnati il pellegrinaggio a Milano e l’incontro con Daniela Santanchè, da qualche anno approdata alla corte di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia. Non propriamente la Madonna di Lourdes e tanto meno la Vergine del Rosario del Sacro Monte di Varese, eppure Zejnati, dopo un’estasi prolungata, annuncia la sua adesione proprio a Fratelli d’Italia.

Apriti cielo! La notizia, come una bomba, approda alle testate nazionali con tanto di commento di Michele Serra sull’Amaca di Repubblica. Il segretario pratese del Pd si straccia le vesti e dice “mai più candidati senza una sicura militanza!”. Del resto qualche dubbio era sorto già al momento della sua candidatura: in pochi lo conoscevano ma il pedigree era ottimo con tanto di benedizione del guru di Sant’Egidio, un bel fiore all’occhiello per qualsiasi lista alla ricerca della novità assoluta.

Le contraddizioni erano subito esplose con Zejnati all’attacco soprattutto sui temi dell’accoglienza e dell’inclusione, sui quali il Pd pratese, come quello nazionale, erano considerati da Zejnati troppo tiepidi. A questo punto si dovrebbe chiedere aiuto alla psichiatria: se il Pd è troppo debole, Fdi è certamente contraria ad ogni tipo di accoglienza, ma del resto il manifesto di Demos (realtà di provenienza di Zejnati) dedica addirittura un intero capitolo alla lotta ai populismi e ai sovranismi ben rappresentati in Italia dai “fratellini” della Meloni.

Porte girevoli

La vicenda Zejnati, nella sua assurda anormalità, ci lascia parecchi interrogativi anche scavallando l’Appennino e raggiungendo le nostre pianure emiliane, che da sempre sono terra di conflitti e di appartenenze forti. In realtà oggi non più, poiché anche nella terra che vide combattersi Don Camillo e Peppone, o più concretamente, nella storia del nostro Borgo, Giuseppe Verdi e Luigi Musini, le appartenenze si fanno ogni giorno più sfumate.

Anche da noi i partiti nel formato tradizionale non esistono più. Spesso sono porte girevoli a uso e consumo dello Zejnati di turno, personalità lanciate alla costruzione di una carriera politica. Nemmeno del Pd erede del glorioso Pci, che pure ha lasciato tracce indelebili sul nostro territorio, se non grazie a coraggiose resistenze individuali. Questo è senz’altro un male perché il trasformismo – soprattutto in un paese che non brilla certo per memoria né a lungo né a breve termine – rischia di prendersi il campo e accompagnarci verso una deriva individualista pericolosa.

Recentemente ho particolarmente apprezzato le dichiarazioni di Lorenzo Lavagetto, capogruppo del Pd al Consiglio Comunale di Parma, che uscito sconfitto dalla lotta per l’investitura del candidato sindaco del centrosinistra nel capoluogo ducale, per disciplina di partito – vecchio arnese anche questo – si allineava alla scelta della maggioranza non con lo spirito dell’opposizione interna, ma addirittura accettando di essere il capolista della lista Pd.

Mi rimane un dubbio: il futuro è degli Zejnati di turno, oppure possiamo ancora sperare in eroi buoni alla Lavagetto? Rispondere a questa domanda è importante per il futuro del paese e delle nostre comunità.