È nata Fidenza Fare Comunità

È nata Fidenza Fare Comunità. La serata di presentazione, alla presenza di Damiano Tommasi, sindaco di Verona, ha fatto il sold out al Ridotto del Teatro Magnani. Del resto, la curiosità era tanta tra addetti ai lavori, persone impegnate nell’associazionismo e semplici cittadini. Che senso ha un’associazione a un anno abbondante dalle elezioni amministrative?  Un’associazione che si pone in sostanziale continuità con l’amministrazione Massari? I riti della politica degli anni 2000 parlano d’altro. Ci si riunisce qualche mese prima per decidere chi farà il sindaco e al massimo si fanno le primarie, se ci si riconosce nel campo del centrosinistra.

Ognuno sarà tornato a casa con la sua opinione. Tanti sono stati felicemente sorpresi in positivo e le adesioni alle commissioni di lavoro lo dimostrano. Qualcuno ci avrà visto un trucchetto per sostenere Tizio o Caio. Qualcuno avrà detto “i soliti noti”.

Per chi da più di un anno sta pensando a come coinvolgere la comunità fidentina in un percorso iniziato quasi 10 anni fa, che ha bisogno di essere rafforzato e migliorato, è stato un successo. C’è ancora spazio per una discussione aperta e tesa a migliorare il modo di vivere la nostra Fidenza. Ci sono ancora persone disposte a discutere e progettare. Non era scontato nel torpore generale, anche se noi ci crediamo perché abbiamo visto come Fidenza sa reagire anche in momenti molto difficili.

Adesso è arrivato il momento di rimboccarsi le maniche e lavorare. Per questo ci siamo riuniti per decidere come impostare le prossime tappe del percorso. Nello spirito della partecipazione apriremo subito i tavoli di lavoro sulle tematiche che abbiamo precedentemente individuato. Le commissioni sono aperte a tutti i cittadini interessati a un confronto e a un arricchimento. I tavoli che apriremo in queste settimane vogliono essere un modo per coinvolgere attivamente la cittadinanza sui temi della politica locale. Spesso si sente che le persone si sono disaffezionate alla politica, uno dei motivi è che non ci sono luoghi nei quali ci si può ritrovare, discutere e progettare percorsi per migliorare la comunità. Noi vogliamo dare la possibilità a fidentine e fidentini di avere un luogo di questo tipo. Ma i nostri tavoli, oltre a un luogo di dialogo, vogliono essere un luogo di formazione. Per questo organizzeremo incontri tematici sui vari temi che stanno più a cuore alla città, ai quali parteciperanno esperti dei vari settori.

Saremmo molto felici se altre persone si aggregheranno a noi in questo tentativo di progettare una comunità più aperta, solidale e sicura. Per farlo basta scrivere a fidenzafarecomunita@gmail.com

I tavoli sono divisi nei seguenti argomenti:

  • Welfare e sicurezza
  • Viabilità, urbanistica, lavori pubblici, sviluppo economico, lavoro e sostenibilità ambientali
  • Cultura e Turismo
  • Servizi educativi
  • Partecipazione quartieri e frazioni

Vi terremo informati del procedere dei nostri lavori tramite i profili social e questo blog, cercando anche di pubblicare i contributi più interessanti.

Bonaccini, l’uomo del fare

Stefano Bonaccini è il primo candidato alla segretaria nazionale del Partito Democratico di grande peso politico. Non era un segreto che il Presidente dell’Emilia-Romagna puntasse a questo obiettivo già da mesi, mentre si sviluppava l’agonia del PD di Enrico Letta ostaggio delle correnti.

Dopo il 25 settembre era partita però una psicoanalisi di gruppo, che come in ogni buona seduta psicoanalitica metteva in discussione la stessa esistenza del Partito.

In questo scenario si scatenava la discussione sul nulla: prima la costituente e l’identità e poi il segretario. Come se si potesse distinguere tra i valori e i programmi e chi è incaricato di portarli avanti. Lo strumento delle primarie non è fallito perché non rappresenta un modo per decidere tra diverse opzioni politiche, ma semplicemente perché era divenuto una gara tra correnti e una sorta di auditel sulla simpatia e la “telegenicità”. Qualcuno ha mai capito che differenza di linea politica c’era tra Letta, Franceschini, Zingaretti, Cuperlo? Forse l’unica eccezione è stato lo scontro tra Matteo Renzi e Pierluigi Bersani, che però è stata impostata più a distruggere quella fusione a freddo, costruita con troppa fretta da Prodi e Veltroni, che non a costruire un progetto di centrosinistra di governo.

Recuperare l’identità

Stefano Bonaccini non è uomo da sedute psicoanalitiche. È uomo del fare con tutti i pregi e difetti che questo ruolo comporta. Alla fine ha deciso di uscire da quella stanza e di mettere in campo una proposta identitaria. L’identità non è una brutta parola da lasciare alla destra come merito, autarchia alimentare, patria, nazione e tante altre. L’identità è il dire chi sono, cosa ho fatto e cosa voglio fare. Bonaccini si è presentato a Campogalliano, nella sua Emilia, di fianco alla casa dov’è nato e alla sede del Partito Comunista Italiano dove ha preso la prima tessera e dove ha iniziato a fare l’amministratore.

A fianco di Stefano Bonaccini c’erano molti sindaci e amministratori che rappresentano chi ogni giorno deve dare una risposta ai cittadini. Si tratta anche in questo caso di una rappresentazione identitaria, che parte dalle sezioni e arriva ai comuni, alle provincie e alla Regione, cercando di realizzare gli obiettivi messi in chiaro e concretizzati nelle lunghe discussioni all’interno delle sezioni, dove si discuteva certo anche di nomi ma soprattutto di idee e di progetti.

Ci sono molte incognite sulla strada del Presidente dell’Emilia-Romagna. Il primo e forse più difficile ostacolo è rappresentato dalle correnti, che dispongono di un partito che non ha mai saputo essere realmente tale. Bonaccini ha detto che farà a meno delle correnti ma per farlo dovrà presentare una proposta forte e fortemente identitaria, che sappia riaccendere le speranze dei militanti e degli elettori.

Il secondo ostacolo è saper realizzare a livello nazionale il positivo modello amministrativo emiliano-romagnolo. Il PD ha amministrato in diverse realtà italiane a nord, al centro e al sud, ma non sempre con la stessa efficienza del modello della regione di Bonaccini.

Quindi la grande incognita è il PD nazionale è pronto per una svolta dirompente, identitaria e concreta? Lo scopriremo nei prossimi mesi, così come scopriremo se Stefano Bonaccini saprà tenere la barra dritta e non annegare nella palude romana. Il rischio è non avere altre alternative.

Dalla Meloni una lezione per la sinistra

Ci sono tre elementi per poter dire, anche da sinistra, che la vittoria di Giorgia Meloni è un fatto politico positivo.

Sembra follia ma pensiamo agli scenari che si sarebbero aperti in caso di un nuovo pareggio. Era impensabile infatti con tre proposte alternative che fosse possibile la vittoria del campo di centrosinistra. Il pareggio era il migliore dei risultati possibili, come del resto auspicato dallo stesso Enrico Letta. La storia sarebbe stata uno spartito molto simile a quello già scritto negli ultimi 10 anni dalla caduta del governo Berlusconi nel novembre 2011 e in precedenza vista con i governi Amato, Ciampi e Dini. Si sarebbe dato vita all’ennesimo governo tecnico magari con l’apporto del Partito Democratico sempre più apparato e sempre meno partito.

La vittoria di Giorgia Meloni – tralasciando la retorica al femminile che non ci convince e non appartiene alla storia politica della Presidente del Consiglio –, è la vittoria della politica. È la vittoria di un programma, di alcune idee guida e di un partito che si allea in coalizione con altri partiti. Sembra la normalità e invece per l’Italia dal 1992 è un’assoluta novità.

La fine dei partiti politici di massa ha coinciso con la fine delle leadership politiche. Gli stessi Silvio Berlusconi e Romano Prodi non sono ascrivibili come leader di partito. Il primo è un self made man. È l’imprenditore “unto dal Signore” per salvare un paese alla deriva. Il suo movimento politico, mai definito da lui partito, è stato più che altro uno strumento tecnico per mettere a terra il suo salvifico intervento. Romano Prodi è in primis il “professore”. È il papa straniero messo in campo dagli eredi del Pci per entrare nella stanza dei bottoni senza fare troppo rumore. Poi sono arrivati Dini, Monti, in un certo senso “l’avvocato del popolo” Giuseppe Conte e, per finire, il Grand Commis de l’État Mario Draghi.

Il ritorno della politica dal basso

Giorgia Meloni è un politico che sa fare il suo mestiere. Nel suo discorso alle Camere ha esposto in modo chiaro il suo programma politico, ridando centralità al luogo principale di una democrazia parlamentare. Negli anni i leader populisti Berlusconi prima, Conte poi e non dimentichiamoci nemmeno di Matteo Renzi parlavano direttamente al popolo, quasi come se le Camere fossero un impiccio. I tecnici ci snocciolavano i numeri, spesso impietosi, dicendoci che non c’era tempo per la discussione politica se si voleva salvare il Paese.

Giorgia Meloni è una militante che viene dai volantinaggi, dalle assemblee e dai cortei. Rappresenta quella politica fatta dal basso che in questi anni è stata fortemente disprezzata e osteggiata, ma rappresenta ancora, nonostante tutto, l’unico modo per rendere un paese realmente democratico.

Giorgia Meloni ha un’identità politica – non diciamo ideologia per carità, è quasi una bestemmia – forte che è parte integrante del suo programma politico, lasciando perdere i soliti pupazzi di corte che in questo primo mese hanno inanellato un errore dietro l’altro per ingraziarsi il capo.

Giorgia Meloni Presidente del Consiglio può essere una buona notizia anche per la sinistra se saprà comprenderla.

Zuppi, Pasolini e Berlinguer

Il presidente della Cei Matteo Zuppi (foto di Francesco Pierantoni)

La passione di una certa sinistra un po’ salottiera – non so se sia ancora di moda la dicitura radical chic – è quella di categorizzare ogni avvenimento dentro a una lettura che spesso risulta abbastanza disallineata dalla realtà.

L’elezione dell’Arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi a presidente della Conferenza Episcopale Italiana (Cei) è stata subito cavalcata dai corsivisti di punta di questa corrente, da Concita De Gregorio a Michele Serra, che hanno disegnato Matteo Zuppi come il prete di strada, paladino della visione del mondo di Papa Bergoglio, molto radicale e molto di sinistra.

Matteo Zuppi è in primo luogo un pastore che come ha sapientemente scritto Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium ha “l’odore delle pecore addosso”. Il suo essere tra la gente, che siano gli operai di un’azienda in crisi o i richiedenti asilo di qualche centro di accoglienza, non è la spasmodica ricerca di dialogo con una qualche non ben definita corrente intellettuale o peggio politica, ma è semplicemente l’annuncio del Vangelo incarnato nella quotidianità e ha un preciso modello: non quello seppur apprezzabile di Papa Bergoglio, ma quello del Vangelo e di un certo Gesù, che nel suo peregrinare incontrava per primi i diseredati e gli oppressi, come la Maddalena, la Samaritana e l’esattore corrotto. È bene quindi inquadrare la nomina di Zuppi all’interno di un percorso ecclesiale.

Un cammino in salita

Sarebbe allo stesso modo ingenuo non badare alla modalità straordinaria con cui Papa Francesco, – che in quanto Vescovo di Roma è capo dei vescovi italiani – ha sostenuto la nomina di Zuppi. In una sua intervista al Corriere della Sera Bergoglio ha fatto un identikit molto preciso del nuovo Presidente dei Vescovi Italiani, che rispondeva de facto al nome di Matteo Zuppi. Il percorso denota le forti resistenze all’interno dell’episcopato italiano, che più di altri ha sofferto le aperture del papa argentino e si è dimostrato reticente di fronte a dossier importanti come quello delle molestie sui minori. Del resto chi abbia un minimo di frequentazione ecclesiale sa bene come l’Italia più di altre nazioni, per diversi motivi storici, soffra l’ingerenza del potere temporale, ancor più di quello della magistratura. Nei giorni scorsi, in un dialogo, un Vescovo mi faceva queste affermazioni: “non dobbiamo parlare di valori che sono un retaggio della rivoluzione francese. Per noi esistono solo principi che non sono negoziabili”. Siamo ancora fermi alla vecchia diatriba ruiniana sui principi non negoziabili. Il cammino del Cardinale Zuppi sarà sicuramente in salita, anche se può contare sulle realtà associative e sui movimenti rimasti un importante baluardo per la chiesa italiana e sullo Spirito che ha ispirato la scelta di Papa Bergoglio.

Leader cercasi

Non vorrei deludere il mondo laico, ma Zuppi poco centra con le icone del mondo laico quali quelle invocate, forse in ragione anche di qualche anniversario, Pasolini a Berlinguer. Pasolini ha sempre sostenuto che attraverso l’arte si potesse elaborare una profonda critica della realtà sociale e politica e la sua importante opera va in quella direzione. Enrico Berliguer è stato forse l’ultimo leader politico popolare che, attraverso il dialogo nelle piazze e nelle sezioni del partito comunista, ha cercato di tracciare un futuro per il nostro paese e per il mondo secondo una opzione socialdemocratica. Certo, personalità come Berliguer e Pasolini ci mancano nell’era degli intellettuali da talk show, ma non è proponibile creare in laboratorio uno Zuppi laico. È invece da ripensare un modello culturale e politico del paese e forse solo la sinistra può rendersene conto. Si deve però scontare il fatto che la politica e la cultura non hanno una struttura verticistica come la Chiesa. Tale struttura è stata più volte criticata fuori e dentro la Chiesa, anche se oggi, esercitata con la sapienza di Bergoglio e mixata con la collegialità sempre più invocata all’interno delle comunità cristiane, può rivelarsi una grande opportunità.