La Chiesa italiana riparta da Don Camillo

Foto tratta da Flickr.

Seminari vuoti e chiese ancora più vuote dopo la pandemia. È in questo scenario che la Chiesa italiana sta vivendo il suo Sinodo. Ormai da decenni i credenti praticanti, quelli che vanno a Messa la domenica, si attestano sotto il 10% della popolazione e ora l’effetto pandemico evidenzia un ulteriore abbassamento delle frequenze domenicali.

Non c’è però ancora il rischio dell’irrilevanza dei cattolici italiani. Pensiamo al grande impegno di istituzioni come Caritas e di realtà associative come Agesci durante la pandemia, o ancora al grande ruolo di supplenza e progettualità di molte realtà di matrice cattolica nell’ambito del welfare. Pensiamo alla capillarità di alcune realtà associative come Azione Cattolica, o a importanti momenti di riflessione politica, culturale e sociale come il Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione. Infine, pensiamo all’importante lavoro di mediazione internazionale di realtà come la Comunità di Sant’Egidio.

Rischio scollamento

C’è però un rischio ed è quello dello scollamento tra l’impegno laicale e quella che un tempo si sarebbe chiamata la “chiesa gerarchica”, dai vescovi ai parroci.

Papa Francesco aveva già ben chiaro questo rischio quando al Convegno ecclesiale di Firenze nel 2015 chiedeva una chiesa italiana in uscita. Il suo appello si rivolgeva direttamente ai vescovi con due esempi molto concreti. Il primo era il racconto di un vescovo pigiato sulla metro che non riusciva ad agganciarsi rischiando di finire calpestato a terra e veniva salvato solo dal sostegno della gente che gli era accanto. Questa parabola, secondo Francesco, è l’immagine che calza a pennello alla sua immagine di Chiesa, dove i vescovi sono sostenuti dalla propria gente.

Nel secondo esempio Papa Bergoglio, disegnando la figura del sacerdote e del vescovo, attingeva a Giovannino Guareschi, autore da lui particolarmente apprezzato, che metteva in bocca a Don Camillo la descrizione del sacerdote ideale. «Sono un povero prete di campagna che conosce i suoi parrocchiani uno per uno li ama, che ne sa i dolori e le gioie, che soffre e sa ridere con loro».

Il Convegno di Firenze è stato accantonato molto più rapidamente di quanto accaduto per gli altri appuntamenti nazionali. Così come i vescovi italiani hanno tolto dal tavolo gli appelli sempre fatti da Papa Francesco a una riorganizzazione territoriale della chiesa italiana, con la soppressione delle Diocesi più piccole, e il pressante invito a fare chiarezza sul dossier pedofilia.

“Modello” Brescello

Nel prossimo mese di maggio la Conferenza Episcopale Italiana sarà chiamata a eleggere il suo presidente. Bergoglio avrebbe preferito un’elezione diretta, come avviene nelle conferenze episcopali di tutto il mondo, ma per deferenza all’autorità del Papa vescovo di Roma, e quindi primate della chiesa italiana, sulla sua scrivania arriverà una terna. Il Papa argentino sarà pronto a dire l’ultima sul nome del successore del Cardinale Gualtiero Bassetti e come sempre nulla è scontato.

Due nomi si fanno con insistenza quello del Cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, e di Monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi. Si tratta di due vescovi regnanti nella “rossa” Emilia. Sono due vescovi che hanno “l’odore delle pecore addosso”, espressione usata dallo stesso Bergoglio, molto simili al curato di Brescello creato dalla penna di Guareschi.

L’Emilia è da sempre terra di alleanze come quella stretta, volenti o nolenti, dal sindaco rosso Peppone e dal curato Don Camillo. Essere nel mondo in uscita per stringere alleanza era l’auspicio formulato sempre a Firenze da Papa Francesco. Se uno dei due prelati sarà chiamato a presiedere i vescovi italiani anche per il Sinodo, si potrebbero aprire strade insperate.