
È strano.
Si pensa di conoscere tutto (o quasi) della nostra città, dei luoghi e delle persone che la vivono. Poi accade “qualcosa” che in modo imprevisto introduce una prospettiva più profonda, più accurata.
Mi spiego meglio.
Sul volontariato e l’associazionismo di questa terra tanto viene detto e tanto viene fatto e si corre il rischio di dare per scontato che esista, come fosse l’obelisco di piazza Garibaldi; passa l’ambulanza della Pubblica assistenza, leggi la scritta Avis – per citarne solo due fra le più conosciute a livello locale – e non ci si rende conto che ci sono dei volti, delle persone che rendono possibile quel servizio. Sembra che “debba essere così” per forza di inerzia.
Così come è molto facile che ci si porti appresso, in questa cittadina né grande né piccola dove ci si conosce quasi tutti, una propria idea o immagine di tizio e caio.
Quando però ti soffermi un attimo e ti “capita” di incrociare in un lasso di tempo e spazio alcune di quelle persone che “fanno qualcosa per la comunità”, allora ti si spalanca un mondo nuovo, una realtà di bene che ti tocca.
A me questo è accaduto incontrando Stefano della Caritas. Ci si era incrociati in diverse occasioni, ma senza mai avere il tempo di qualcosa di più di una telefonata o un “ciao, come va?”. È bastato il tempo di un aperitivo e il desiderio di conoscere, aldilà di quello che pensiamo già di sapere.
Ci sono persone che credono in quello che fanno, che danno tempo, energia e sacrificio per tutti noi, poveri o meno poveri.
Poi si potrebbe vederla e pensarla diversamente su tante conseguenze, ma finché ci sono persone e realtà così, uno squarcio di sole illumina il solipsismo individualista che tanto ci si porta appresso e un invito di gratuità può cambiare la nostra comunità in meglio.
Post scritto da Stefano Dondi.