Chi sono? È una di quelle domande che ti mettono in difficoltà. Certo, è sempre possibile vincerla facile squadernando un curriculum più o meno capiente.
In realtà però ognuno di noi, senza banalizzare, è l’insieme delle esperienze fatte, delle relazioni vissute. Senza scomodare Hemingway, “non siamo isole”.
Mi chiamo Massimiliano Franzoni e sono nato mezzo secolo fa a Fidenza, quando l’ospedale era ancora in via Borghesi e da li ho percorso solo un paio di kilometri per spostarmi al quartiere Luce, da dove non mi sarei mai più mosso. Fidenza è un po’ come quella cittadina descritta da Francesco Guccini “piccola città bastardo posto” che si percorre tutta da una capo all’altro in 10 minuti in bicicletta. Oggi abbiamo addirittura una sorta di “Fidenza due” giocata attorno al casello dell’autostrada, che è il prodotto urbanistico della logica “ogni occasione va presa al volo”, chissà se tale logica sia veramente efficace.
La mia infanzia si è giocata però in un piccolo triangolo che aveva come limite invalicabile la via Emilia proprio come nella canzone del “maestrone” di Pavana. Oratorio di San Paolo, il campetto di fianco a casa, Scuola elementare Collodi e le medie al Seminario un fazzoletto di terra che si dipanava attorno a Largo Leopardi. Sono gli anni delle grandi compagnie. Gli amici inseparabili sono Giuseppe, Francesco, Andrea, Aldo…e poi crescendo ne arriveranno altri persino l’universo femminile. Le vacanze con la parrocchia ci apriranno ulteriormente andando addirittura fuori dal confine comunale.
Il momento per valicare la via Emilia, a bordo dell’inseparabile bicicletta, sono le superiori. La metà è via Manzoni e l’Istituto Paciolo e il titolo è ragioniere per caso. Non è che fossi convinto sino in fondo di essere l’uomo dei numeri forse lo erano di più i miei genitori con il mito del posto in banca. Comunque inspiegabilmente alla fine del percorso ragioniere con il massimo di voto 60/60 allora si misurava così. Quel voto è un po’ il segno distintivo che mi comincia ad accompagnarmi, trasformare scelte non proprio maturate in occasioni importanti. Anche se quel voto forse non lo ho meritato sino in fondo, perché tutto ero tranne un secchione.
Il passaggio decisivo avviene proprio dopo il diploma. L’Università non era nel mirino della mia famiglia, perché ancora per la neo-borghesia del baby boom non rappresentava la sicurezza. Eppure stavolta ero deciso, la Facoltà di Giurisprudenza mi aspettava e me la sarei pagata da solo lavorando. Ora la via Emilia andava percorsa verso sud, direzione petite capital e l’ingresso mozzafiato in quella sede centrale che per qualche anno ospito le mie speranze e i miei progetti.
Allora però ero un po’ impetuoso come lo sono i ventenni, ma con un’idea un po’ strana: quella di rimuovere subito tutti gli ostacoli come se il tempo mi mancasse. Allora niente rinvio per motivi di studio e la notte del 15 luglio 1991 si parte destinazione Cesano di Roma “Scuola di Fanteria e Cavalleria”. Per la prima volta toccai con mano l’incognita scura come quella notte e quel treno espresso che mi portava alla meta. Non fu facile eppure oggi posso dire che anche quella scelta fatta quasi per caso ha contribuito in modo decisivo a costruire la mia voglia di affrontare le difficoltà.
È una persona diversa quella che torna e si rituffa nel percorso universitario e affronta il mondo del lavoro per la prima volta. È un periodo intenso in cui si lavora di giorno in un piccolo supermercato di Fornovo, dove nascono relazioni anche qui inattese, ma che lasceranno il segno (i miei direttori Diego e Nicola e le mie colleghe Barbara e Mirella), e si studia di notte. La tenacia però non mi è mai mancata e la laurea arriva sempre con quella voglia di qualcosa in più che si legge nel titolo della mia tesi, che oggi suona quasi come un presagio: “Il coordinamento tra gli enti locali con particolare riferimento alla progettazione della Regione Emilia-Romagna in tema di interventi socio sanitari a favore delle persone anziane, disabili e del riordino del sistema sanitario”.
Sono di nuovo di fronte a un bivio. Il sogno era quello del concorso in magistratura. Era il 1996 ancora fresco il mito di Falcone e Borsellino e l’utopia di un potere dello stato che ripulisce gli altri, solo anni dopo mi sarei accorto di quanto male al paese avrebbe fatto la rivoluzione delle toghe.
Avrei però dovuto rimettere in gioco l’indipendenza economica raggiunta non senza qualche tensione familiare, visto che ormai si era capito che in banca non ci sarei andato. Arrivò un’altra occasione sempre quasi per caso: il mondo dei libri. Un grande distributore di libri cercava un responsabile dell’ufficio commerciale più ragioniere che dottore in giurisprudenza, ma ormai era abituato a cogliere le occasioni anche quelle “poco in linea”. Il mondo dei libri era un’altra mia grande passione e, come si dice, un’occasione tira l’altra: da lì a pochi anni una piccola casa editrice di Fidenza voleva buttarsi nel mercato editoriale di massa e aveva bisogno di un giovane con esperienza dei meccanismi distributivi. Era la mia occasione. In fondo Fidenza, quella “piccola città bastarda posto”, era il mio cuore e portarla a livello nazionale nel luccicante mondo dell’editoria era uno di quegli obiettivi alti che sognavo quasi come il concorso in magistratura. Oggi quel sogno si è realizzato ma non mancano ulteriori obiettivi da percorre.
La mia vita ha sempre però viaggiato su binari paralleli. Non mi sono mai accontentato di un obiettivo e di una strada. Forse in particolare per la mia passione per le persone con storie e destini molto diversi tra loro. Ho percorso e sto percorrendo le strade del giornalismo, dell’impegno ecclesiale e dell’impegno politico.
Il giornalismo – quello “fatto in casa”, niente di particolare – è stato quasi un gioco in cui mi sono divertito e ho apprezzato sempre di più le storie e le persone che incontravo. Da “Radio Emilia”, dove quel sarcastico ma intuitivo direttore Pietro Ferraguti, oggi star del giornalismo locale, mi spiego i primi rudimenti tagliando secco i miei slanci ideali. A “Polis” ho vissuto un’esperienza di diversi anni, che oltre a darmi quel tesserino da giornalista pubblicista mi ha anche dato la possibilità di conoscere tante persone che oggi considero ancora amici e di frequentare giornalisti seri, come quel Luca Sommi che oggi apprezzo come uno dei più bravi. Sino alla strampalata esperienza del “Gio – Il giornale di Fidenza” dove sono nate alcune amicizia che si possono definire per la vita e dove abbiamo raccontato in modo ironico e sagace la storia della cittadina rossa della via Emilia per la prima volta amministrata dagli “altri”.
L’impegno ecclesiale è un filo rosso che parte da quell’oratorio di San Paolo punto di riferimento dell’infanzia e si congiunge con il tema della fede accompagnando sino ad oggi la mia vita. Della Fede, cosa estremamente seria, non parlerò, fedele all’adagio di un vecchio parroco di campagna che disse “se la tua fede ti costa poco parlane poco”. In questo ambito, più che in ogni altro, sono stati determinanti gli incontri. Mentre ero a un bivio decisivo dopo le esperienze fatte che mi avevano portato lontano, tornato a “casa” i punti di riferimento erano cambiati e di parecchio. Ora si trattava di decidere su cosa puntare e nel mio vecchio oratorio era arrivato Don Mauro. Lui era una vecchia conoscenza che da sempre mi ispirava simpatia. Io non ero però più così convinto di continuare a lottare su posizioni che spesso erano di confine nel mondo della Chiesa. Don Mauro mi prese un po’ a brutto muso dandomi quasi del codardo o, parafrasando proprio San Paolo, accusandomi di non voler combattere “la buona battaglia”. Ci sono stato e direi che lui mi ha accompagnato in questo percorso anche da lontano costruendo una delle amicizie più intense e più operative della mia vita secondo un motto essenziale “la Chiesa non ha soltanto un posto anche per te ma ha soprattutto bisogno di te in una vocazione profondamente laicale”.
L’altro incontro decisivo, molto anni dopo, è con il Vescovo Carlo con cui ho costruito un’amicizia intensa possibile solo con persone di alto spessore umano e culturale come lui. Nella mia immagine il Vescovo è segno dell’Unità della Chiesa. Il Vescovo Carlo è proprio questo icona di unità e testimone di una Chiesa che è nel mondo per annunciare la Buona Novella dandogli dignità e forza. Mi ha voluto alla guida dell’Azione Cattolica Diocesana nonostante il mio curriculum non fosse dei più rispondenti per rifondare a livello locale la più antica e più grande associazione ecclesiale italiana. Sin da subito non mi nascose le perplessità che venivano da più parti, ma non fece mai venire meno il suo accompagnamento tanto che nelle sue mani ho messo anche altre scelte importanti della mia vita. Grazie a loro e a tante altre persone incontrate, amicizie e relazioni che hanno spaziato in ogni parte d’Italia e anche del mondo, oggi posso dire che la Chiesa è la mia casa.
La politica è la terza passione che ha preso sempre un spazio importante nella mia vita con pause necessarie, perché si deve sempre ragionare politicamente ma l’impegno diretto deve essere termine. Si comincia presto alle scuole superiori, un po’ rivoluzionario – e chi non lo è a 16 anni –, ma sempre poco ideologico e molto legato a progetti per il bene comune. È proprio questa attenzione alla città e alla comunità che mi fa incontrare un manipolo di persone straordinarie, che in diversi ambiti avevano deciso di spendere la propria vita per la comunità. È l’esperienza politica più importante per me, non solo per la durata (15 anni…), ma per tutto quello che ho imparato. Il movimento politico “Città Aperta” è un’esperienza collettiva, in cui ciascuno ha messo un pezzo del suo sapere e delle sue capacità al servizio della comunità senza badare a ruoli e funzioni. Non abbiamo forse condizionato la vita politica di Fidenza, ma sicuramente abbiamo lanciato proposte e progetti che sono poi diventati realtà perché sapevano leggere il futuro, anche quando venivano inizialmente sbeffeggiati dai “professionisti” della politica, che vedevano quel manipolo di sognatori quasi come degli alieni. Ho rappresentato “Città Aperta” in consiglio comunale secondo un modello che pare caduto tristemente in disuso: essere il rappresentante di un gruppo, delle sue idee, dei suoi valori e dei suoi progetti. Ho seguito le orme di chi lo aveva fatto con grande impegno prima di me: Stefano Gandolfi e Franco Giordani, con cui ho condiviso anche parte dell’impegno ecclesiale, sono stati per me esempio non iconico ma reale, concreto, a partire dalla loro quotidianità. Era il tempo in cui gli spazi lasciati dai partiti in sfacelo venivano occupati dal civismo che spesso non era altro che un riciclo. Si faceva l’esame di purezza del civismo ridotto a una sorta di produzione politica asettica dedita al campanile o alla buca davanti a casa. “Città Aperta” non è mai stata asettica, eppure è uno degli esempi più chiari del civismo come impegno per la polis al di là delle visioni ideologiche dei suoi componenti che pure si integravano alla perfezione in una visione di bene comune.
L’esperienza di “Città Aperta” fu così totalizzante che ho avuto bisogno di una lunga pausa. Fino a quando di nuovo quasi per caso ricevetti una telefonata da Andrea Massari, che stava facendo un giro d’orizzonte con le persone che lui considerava significative in vista di una candidatura a sindaco. Con Andrea avevo condiviso l’esperienza del consiglio comunale, io consigliere e lui assessore. Era un tipo un po’ guascone, avendo conosciuto il padre ne ricavavo alcuni tratti, ma di un’intelligenza e capacità intuitiva non comune. Aveva tradotto in pratica in modo impeccabile da assessore all’ambiente uno dei progetti definiti “sognanti” di “Città Aperta”, la raccolta differenziata, portando Fidenza a primeggiare a livello nazionale. Il suo progetto mi convinse e decisi di appoggiarlo in modo defilato secondo lo stile che mi ero dato in quel periodo. Mi piaceva soprattutto la sua matrice inclusiva, anche della parte più lontana da lui. Mi piaceva l’idea delle primarie come metodo non divisivo ma inclusivo. Fu la prima e per ora ultima volta che votai alle primarie sostenendo la candidata opposta a lui con la consapevolezza che questo lo avrebbe rafforzato. In quell’occasione dissi anche uno dei pochi “no” della mia vita su cui mantengo un po’ di mistero (non posso proprio dirvi tutto…).
Pensavo seriamente che fosse finita lì e continuavo il mio impegno sugli altri ambiti, in particolare in quel periodo l’Azione Cattolica. Poi un gruppo di amici mi disse che c’era bisogno di un impegno del mondo cattolico nell’ambito dell’amministrazione più diretta, vale a dire le società partecipate e gli enti pubblici a cui erano delegate ampie attività operative dei comuni. Non potevo dire un altro no. Mi sarebbe sembrata una fuga, anche se non mi ci vedevo molto bene in un consiglio d’amministrazione. Alla fine diedi la mia disponibilità per l’Azienda Pubblica dei Servizi alla Persona che era l’ambito più vicino a me per esperienze fatte negli anni nel mondo del volontariato ed educativo (lo so non ne ho fatto menzione, ma poi sarebbe diventato un romanzo).
Sicuramente la scelta fu fatta per passione e non in modo troppo consapevole. Era in atto una guerra su quell’Azienda che vedeva il classico tutti contro tutti a colpi di denunce e di occupazioni del consiglio comunale. Quando in una uggiosa giornata di novembre del 2015 ricevetti la chiamata del sindaco Massari diciamo che non ero troppo tranquillo. Quella chiacchierata, che ho già raccontato, fu quasi surreale. Da grande imbonitore qual è, Andrea comincio leggero ringraziandomi per la disponibilità e dicendosi contento che a 43 anni avessi deciso di impegnarmi in una partecipata, luogo solitamente destinato a politici navigati che stanno chiudendo la loro carriera. Ero quasi stupito dai tanti salamelecchi per un posto in un cda… In pratica mi ritrovavo Presidente del Cda di Asp con un compito di quelli da brividi: distruggere per ricostruire. Mai mi sono sentito così inadeguato.
Dopo sette anni devo dire che continua a essere la più entusiasmante esperienza della mia vita. Ho toccato con mano cosa significa lavorare per il bene comune a partire dagli ultimi, quelli che spesso non vorremmo nemmeno vedere. Ho trovato persone autentiche, amministratori, sindaci, dirigenti e semplici operatori di grandissimo spessore. Con loro siamo riusciti a raggiungere traguardi che non mi sarei mai aspettato. Il destino non ci ha risparmiato nulla quando il compito di distruggere per ricostruire sembrava portato a termine con risultati di grande rilievo, è arrivato lo tsunami della pandemia in uno dei fronti più caldi, quello delle strutture per anziani. Le persone, che mi hanno affiancato, sono diventate straordinarie e oggi siamo più forti di prima. Ho messo e metterò nel tempo che mi rimane del mio mandato testa e cuore in questa impresa. In questi anni ho conosciuto meglio il territorio del nostro distretto da Salsomaggiore a Sissa-Trecasali, scoprendone ogni giorno di più la grandezza e l’autenticità che ti fanno innamorare.
Non so se i quattro lettori che sono partiti in questa cavalcata che voleva rispondere alla domanda “chi sono?” siano rimasti. Forse avrebbero preferito un semplice e stringato curriculum, ma li avrei ingannati pur scrivendo la verità. Quando venni nominato presidente del Cda di Asp un gruppo di opposizione disse che non ero un manager. Non risposi come feci con molte critiche e insulti che arrivarono in quel periodo. In realtà ero d’accordo con loro anche se nella mia firma digitale del lavoro è indicato “Distribution manager”. Spesso il manager è un aggiustatore asettico di imprese o di enti. Non ho mai ambito a essere un manager ma semplicemente una persona che mette testa e cuore anche a tempo pieno, 24 ore su ore 24, in quello che fa senza scale di importanza sia che ci sia da organizzare un campo scuola per ragazzi sia che si debbano rimettere insieme i cocci di un’azienda. Ho un solo desiderio: non deludere chi sia aspetta qualcosa dal mio impegno.