Due calci nel sedere non bastano

Nei giorni scorsi un fatto di cronaca piuttosto grave ha colpito la nostra città: durante una furiosa lite tra ragazzi un giovane di 17 anni è stato accoltellato, per fortuna senza gravi conseguenze.

È un episodio senza dubbio preoccupante, che richiede una riflessione approfondita. La prosopopea giornalistica ha creato in questi anni la figura del sindaco “sceriffo”, che al semplice schioccare di slogan come “due calci nel sedere” o “la lista dei cattivi” risolve tutti i problemi. Del resto mettere una crocetta su nome e cognome crea l’unto da investitura diretta. Da quel momento lode al sindaco taumaturgo che diviene anche colpevole di tutto, meteorologia compresa. È  una prosopopea che faceva andare in brodo di giuggiole il popolo destraiolo, e in particolare leghista, ma che si è presto diffusa anche tra l’elettorato di centrosinistra, stanco dell’eterna indecisione di quel partito nato da una fusione fredda, e alla ricerca di sindaci semidei da mettere nell’Olimpo progressista (o meglio, oggi si dovrebbe parlare di “campo largo”).

Per qualche copia in più

Per fortuna spesso si tratta solo di disperato marketing massmediatico, del tipo vendo una copia in più e si ricava il virgolettato da ragionamenti ben più complessi. Del resto sarebbe drammatico il contrario. I sindaci hanno quotidianamente sul loro tavolo la lista dei cattivi, forse sommersa da un po’ di altre carte, ma se sanno svolgere bene il loro incarico pro tempore, possono tranquillamente dissotterrare i dispacci dei diversi corpi di polizia, compreso il loro corpo municipale, quelli delle prefetture e delle questure e ultimi ma non meno importanti quelli dei loro servizi sociali, su cui hanno una responsabilità diretta forse alle volte un po’ dimenticata.

I sindaci, almeno quelli che frequento io, conoscono il territorio del loro comune molto meglio di quanto noi pensiamo e sanno distinguere una bravata da un problema serio. Se qualche volta si abbandonano a dichiarazioni roboanti, lo fanno solo per restituire alle loro comunità un po’ di quel senso di sicurezza che già era fortemente messo in discussione dal graduale venir meno del senso di comunità e dopo due anni di pandemia sembra ormai completamente frantumato.

Non fanno poi un gran servizio i circhi mediatici, solitamente in onda sulla Rete orfana del buon Emilio Fede, che si inventano le “baby gang”, a cui onestamente preferisco le simpatiche canaglie con capelli impomatati protagoniste del serial televisivo andato in onda negli Stati Uniti tra le due guerre mondiali.

Il conflitto generazionale non è certo una novità nella storia dell’umanità, ciò che è mutato e in modo profondo sono i caratteri della nostra società. La famiglia e le reti sociali sono in agonia come lo è la scuola, la Chiesa e tutte le istituzioni formative. Lo stesso patto educativo informale, che ha caratterizzato i tempi moderni e il passaggio da una cultura rurale a una realtà industriale, stenta a tramutarsi in patto formale per le resistenze delle varie lobby educative e produttive, che abitano la nostra società ormai post industriale.

Educare per strada

Mi ha colpito nei giorni scorsi un dialogo avuto con un formatore del Gruppo Abele di Torino. Fondata da Don Luigi Ciotti oltre cinquant’anni fa, l’associazione è stata a fianco dei giovani e dei ragazzi nei contesti più complessi sulla strada, anche in quei luoghi dove il controllo del territorio era da tempo nelle mani criminalità organizzata.

Il formatore del Gruppo Abele sottolineava come nelle ultime settimane sono stati chiamati da molti comuni che chiedevo loro interventi di educativa di strada: «Pur in buona fede e con le migliori intenzioni, sindaci e amministratori pubblici fraintendevano “l’educativa di strada” sovrapponendola a una sorta di azione di “polizia dolce”, che con una bacchetta magica risolveva tutti i problemi imputati alle “simpatiche canaglie”. Ogni intervento educativo dalla famiglia sino ai diversi contesti sociali, tanto più in realtà complesse, è un percorso dove devono crescere stima e fiducia reciproca e necessita di tempi adeguati, perché le persone non si formano secondo le mode mediatiche».

È quindi necessario che le amministrazioni pubbliche, magari chiarendosi al proprio interno e possibilmente tutti d’accordo, promuovano interventi educativi in collaborazione con la rete educativa territoriale coscienti però che questi interventi non sostituiscono i necessari interventi di polizia destinati a punire e prevenire reati. Anzi sarebbero auspicabili collaborazioni strette tra le forze di polizia, la magistratura in particolare quella minorile e chi promuove il patto educativo territoriale.

Perché “La rosa bianca”

Il 22 febbraio del 1943 veniva giustiziata Sophie Scholl leader del movimento anti nazista “La Rosa Bianca”. Il movimento si ispirava ai valori cristiani ed era prevalentemente composto da giovani universitari protestanti, ortodossi e cattolici. Sul fronte francese e sul fronte russo avevano toccato con mano gli orrori del nazismo nei confronti degli ebrei e l’applicazione dell’eutanasia su disabili fisici e psichici sul modello eugenetico di Josef Mengele. La loro “resistenza passiva” al nazismo, che erano convinti da lì a poco sarebbe crollato, proponeva un modello alternativo: quello dell’Europa federale ispirata dal sacerdote italiano Romano Guardini. Il loro modello d’azione era quello della distribuzione pubblica di volantini che invitavano il popolo tedesco alla resistenza passiva.

La storia non si ripropone mai allo stesso modo e su questo sarebbe d’accordo anche Giovanbattista Vico. L’Italia e l’Europa non devono temere il ripetersi tale e quale degli orrori del nazismo o del fascismo. Ci sono però pericoli che sfidano le nostre comunità e per questo riteniamo che anche oggi, con nuovi strumenti e modalità, sia necessario mettere in campo a livello locale come globale una resistenza. Gli anni della pandemia ci lasciano la forte sensazione che il patto comunitario sia in crisi. La politica, come luogo del confronto e della decisione, è in agonia. Fare politica sembra diventata un provino per partecipare all’ultimo dei reality. Sono richiesti un bel aspetto e un ottimo social media manager, poco importa se non si ha nulla da dire. Pensiamo che i valori cristiani, come quelli del pensiero socialista, liberale, verde e ambientalista, abbiano ancora molto da dire alla nostra società e non possano essere banalizzati da un populismo che ha divorato come un tarlo anche le parte più sane della nostra società e della politica.

È per questo che con un gruppo di amici abbiamo pensato e voluto questo blog, che vuole essere un luogo di libera espressione e di confronto come lo “Speakers’ corner” di Hyde Park. È per questo che aspetto i vostri contributi che pubblicheremo con una regola sola: costruire il futuro contro quel populismo che vuole solo distruggere, anti camera di quelle ideologie del terrore contro le quali Sophie Scholl e i giovani amici della Rosa Bianca si sono battuti fino al coraggioso sacrificio della vita.