La regina è morta e anch’io non mi sento molto bene

“The Queen is dead. God save the King”. Dopo 2 anni di incubo Covid sembra che il mondo non abbia più tempo e voglia cambiare tutto nel volgere di pochi mesi. I cambiamenti climatici li avevamo davanti ormai da decenni, eppure forse in quest’estate 2022 li abbiamo subiti con maggior forza. La guerra in Ucraina sta segnando in modo molto più forte di quanto immaginassimo il nostro oggi così come il nostro futuro più prossimo.

Eppure noi italiani siamo sempre naif nei nostri comportamenti. Abbiamo buttato a mare una delle poche sicurezze che avevamo, Mario Draghi, e ci siamo lanciati in una campagna elettorale in canotta e costume. Qualcuno dirà “ma sono stati i politici”. Non cerchiamo alibi. I politici sono espressione del sentimento popolare anche quando non scelti in modo diretto ma su listini bloccati. L’avvocato del popolo due volte presidente del Consiglio dei Ministri, erede di quel movimento promosso da un capo comico, ha sciorinato una mossa da grande statista, mettendo nelle mani del centrodestra le chiavi dei seggi elettorali. Il centrodestra, dal canto suo, ha preso al volo le chiavi e aperto le porte dei seggi, che a loro dire gli sono negati ormai da decenni. Evidentemente quando loro perdono le elezioni è come se non fossero state svolte. Ricordo per esempio che il capo comico aveva racimolato alle politiche del 2018 il 32% dei consensi, mentre l’ex alleato, il “dj del Papetee”, aveva addirittura varcato il 34% dei consensi alle europee del 2019. Insomma, qualche colpa noi italiani, al di là di qualche dignitoso sondaggio, ce l’abbiamo e il buon Mario Draghi con tutto il suo aplomb istituzionale ci rassicura certo ma non ci piace fino in fondo.

Del resto appena la bolletta elettrica o il prezzo della benzina è salito, ci abbiamo messo tre nano secondi a passare da ospitare ucraine e piccoli ucraini a casa nostra – così belli e con gli azzurri, poverini –, a dire che in fondo la guerra era un problema loro e che bisognava smetterla con quelle sanzioni inefficaci (tutti economisti?) e ingiuste.

“Io sono Giorgia!”

Così abbiamo dato il via alla campagna elettorale sul pattino che ha però un finale già scritto. “Io sono Giorgia senza mascherina, senza vaccino, con il blocco navale, con le aperture durante il picco Covid, contro quei cattivoni dei francesi e dei tedeschi che ci riempivano di vagonate di miliardi e amica di tale Orban e dei signori di Visegrad che ci dicevano gli immigrati affare vostro”. Miele per le orecchie degli italiani inventori dello slogan “piove, governo ladro”. Giorgia è così sicura di avere la vittoria in tasca da passare la campagna elettorale con la tremarella, per non dir di peggio, e da diventare improvvisamente filo atlantica, europeista, contro lo scostamento di bilancio uguale a nuovo debito, e da cazziare pesantemente il suo quasi alleato Matteo quando parlava di togliere le sanzioni alla Russia, insomma una sorta di avatar non troppo somigliante, mancava solo una bella condanna al fascismo.

Chi è rimasto veramente sorpreso da questa onda anomala che l’ha sommerso, con tanto di pattino, ombrellone e sdraio inzuppati, è stato il buon Enrico Letta. Pensavate che mi fossi dimenticato di lui. Beh, lui le ha provate tutte per farsi dimenticare: più draghiano di Draghi e più contiano di Conte. Però non vogliamo essere cattivi con il segretario di quello che dovrebbe essere il mio partito di riferimento e del resto ormai il PD è abituato a non avere più una sua linea politica. A furia di appoggiare governi di larghe intese o maggioranze anomale si perdono le coordinate e si trasforma il buon “Giuseppi” in uno statista leader della sinistra, un Berlinguer con la benedizione di Trump. Però ho visto la faccia contrita di Enrico al Meeting di Rimini dove lo bastonavano tutti. Sembrava una persona a cui si mette la testa sott’acqua mentre sta affogando e ho avuto pietà, anche perché il giorno prima aveva visto invece il piglio deciso di Stefano Bonaccini, che valeva molto di più di centinaia di lanci dell’Ansa.

Una simpatica anziana signora

In questa stagione pazza, quando “l’estate sta finendo” come direbbero i Righeira, eccolo che arriva l’evento unificante che abbatte tutte le barriere: il passaggio a miglior vita –non che se la passasse proprio male anche in questa di vita – di Queen Elizabeth II° della casata Sassonia-Coburgo-Gotha (sì, certo, perché i Windsor sono un’invenzione del nonno di Elisabetta, che si vergognava del fatto che i bombardieri tedeschi che sganciavano bombe mortali su Londra durante la prima guerra mondiale avessero sulla carlinga lo stesso nome della sua casata). Chi ha avuto la ventura di aprire qualche social dalle 19 dell’8 settembre li vedeva tutti li schierati, non c’era più sinistra o destra, tutti a intonare il loro più o meno lacrimoso fervorino per Queen Elizabeth. Sia ben chiaro, non ho nulla contro la simpatica anziana signora, anzi siamo stati fieramente con lei quando durante un G7 ha richiamato all’ordine l’intemperante Primo Ministro italiano Silvio Berlusconi. Però non riusciamo a capire perché con tutti i guai che abbiamo, l’Italia intera debba fermarsi per commemorare una Regina pur degna ma non certo eroica. L’unico legame, che mi viene in mente è questa caratteristica tutta italica di baloccarsi nella speranza di un salvatore che risolva tutti i nostri guai.

Ricordo quel barista sul litorale di Catania a cui chiesi se nei paraggi ci fosse un’edicola e la risposta fu molto eloquente: “Eh ce la facessero un’edicola”. Eh l’avessimo noi una Regina. Del resto gli ultimi quarant’anni della nostra storia parlano chiaro: da Berlusconi a Renzi, da Grillo a Salvini e oggi Giorgia Meloni, chi siano, cosa pensino e da dove vengano poco importa, l’importante è che tutti abbiano lo stigma del salvatore a costo zero. Pure in questa campagna elettorale sul pattino il motto è sempre lo stesso “Francia o Spagna pur che se magna”.

Draghi e il partito dei sindaci

La crisi del governo Draghi, che ha condotto allo scioglimento delle Camere, è costellata di episodi poco chiari con ricostruzioni confuse e contraddittorie, su cui tra qualche anno solo i saggi storici faranno chiarezza.

C’è stato invece un episodio avvenuto alla luce del sole di una violenza scomposta e solo apparentemente ingiustificabile ed è il travaso di bile di Giorgia Meloni, premier in pectore del centrodestra, contro l’appello a favore di Mario Draghi sottoscritto da diverse centinaia di sindaci. È incomprensibile, con i dati istituzionali consueti, il motivo alla base di questo intervento così duro: i sindaci non votano in Parlamento e, salvo rarissime eccezioni, non partecipano agli organismi dirigenti dei partiti.

Allora quale motivo ha spinto la Meloni, di cui tutto si può dire tranne che sia una politica sprovveduta, a far battere a tutte le agenzie il suo commento? Meloni sa bene, girando l’Italia da Nord a Sud isole comprese, quanto i sindaci rappresentino sempre più il cuore del paese. Già la legge elettorale, che aveva prodotto l’elezione diretta dei primi cittadini, aveva contribuito in modo rilevante a riconoscerli come baluardo delle singole comunità. I sindaci sono diventati inequivocabilmente il primo riferimento per i cittadini, nel bene e nel male. Se c’è qualcosa che non funziona, è sempre colpa del sindaco e allo stesso modo per ogni evento luttuoso o di festa una comunità si stringe attorno al suo primo cittadino nel piccolo paese o nella grande città. La pandemia ha rappresentato poi la forgiatura nel fuoco per i primi sindaci, che sono stati in prima fila anche quando lo stato centrale e le Regioni sbandavano nel fare chiarezza e nel cercare di districarsi in una tragedia che assumeva di giorno in giorno contorni più complessi e sconosciuti. Alcuni sono incappati in errori madornali, basti pensare agli aperitivi di Sala e Gori, ma hanno saputo sempre riprendersi rimanendo ogni giorno sul campo in un servizio spesso svolto h 24.

Si è sempre parlato del partito dei sindaci come una sorta di novità elettorale che doveva sbocciare da un momento all’altro, senza mai dipanarsi realmente. Oggi è persino da considerarsi superata l’idea che un contenitore possa realmente rappresentare la forza politica che i sindaci rappresentano nei confronti dei loro cittadini. L’appello a favore di Draghi nasce non da una tattica politica ma dall’esigenza concreta, che tutti i sindaci hanno quotidianamente, di un interlocutore stabile che sappia dare risposte credibili e rapide ai problemi sempre più gravi che affliggono le nostre città. I sindaci non rappresentano ormai da tempo solo la loro parte politica ma le quotidiane esigenze delle loro comunità sui temi centrali della vita quotidiana come lavoro, scuola, salute e assistenza sociale. Le forze politiche, che si apprestano a predisporre liste e programmi per questo strano appuntamento elettorale balneare, devono tenerne conto se vogliono predisporre proposte realmente efficaci per l’Italia. I sindaci, dal canto loro, sono anche chiamati in qualche modo a rivedere la loro rappresentanza istituzionale collettiva: dalla stantia ANCI al partito dei sindaci ci possono essere interessanti tappe intermedie.

La piccola Diana l’abbiamo uccisa noi

“Troppe volte noi adulti trattiamo i bambini come soprammobili. Li appoggiamo da qualche parte nelle nostre vite, mentre andiamo avanti a fare tutto il resto come se loro non ci fossero. Diana c’era. Ma nessuno se ne è accorto”.

Sono parole dure quelle di Alberto Pellai, docente e noto saggista, che commentano la morte di Diana, 16 mesi, abbandonata dalla madre per 6 giorni nell’abitazione di Milano e morta di stenti. Difficile non riconoscersi in queste parole: su un soprammobile, come su qualsiasi oggetto, si esercita la proprietà e si dispone senza badare mai al bene che meriterebbe una persona e una vita nelle fasi della sua aurora.

Nel 2019 le pagine dei giornali furono inondate dal caso di Bibbiano. Al di là della vicenda giudiziaria – su cui farà chiarezza la magistratura – e della polemica politica – che con una certa dose di cinismo era strumentalmente usata come una clava contro una parte –, per chi ha un minimo di dimestichezza su questi temi era evidente il concetto che veniva espresso: i bambini sono un patrimonio indisponibile di chi li genera che ne può disporre come meglio crede, non per il loro bene ma in funzione delle necessità dei genitori, proprio come si fa con un soprammobile. Nessuno è legittimato a mettere in discussione questo concetto di proprietà senza essere definito “ladro di bambini”, con quell’omertà tipicamente mafiosa che ci rende complici di questa strage di innocenti. Diana è una martire delle polemiche su Bibbiano e dell’omertà che avvolge il tema dell’infanzia abusata, maltrattata e annientata.

Spesso ci nascondiamo dietro al fatto che queste vicende riguardano le grandi città e non le piccole comunità, dove ci si conosce tutti, e riguardano alcuni strati sociali e non certo la borghesia per bene delle nostre piccole città e paesi. Purtroppo non è così: il Distretto di Fidenza, composto da poco più di 104.000 abitanti con comuni medio-piccoli, presentava nel 2021 il dato di 1666 minori in carico al servizio sociale pari a quasi il 10% della popolazione tra gli 0 e i 18 anni dell’intero Distretto. Di 501 di loro si era già interessata l’autorità giudiziaria.

Guardiamoci bene dal tirare fuori il tema delle baby gang, degli stranieri e altri temi che servono solo a individuare un nemico per toglierci la paura che quel tumore sia dentro di noi. Prevalgono i casi in cui i minori finiscono a essere oggetto di ricatto in cause di separazione e in ogni tipo di contenzioso tra genitori di “razza bianca caucasica”. I casi più complessi sono quelli in cui i genitori appartengono alla borghesia medio-alta e gli avvocati ingaggiati sono i migliori, che sanno muoversi tra istanze e perizie meritandosi le laute parcelle dei loro assistiti, ma non agendo sicuramente a tutela dei minori coinvolti.

Per la nostra comunità c’è un lato positivo della medaglia ed è che queste situazioni emergono in numero consistente e trovano percorsi di attenzione e tutela grazie all’eroica azione delle assistenti sociali – che in questi anni hanno messo a repentaglio non solo la loro onorabilità e il rischio di finire dentro a vicende giudiziarie, ma spesso anche la loro incolumità fisica – e a un terzo settore fatto di associazioni e cooperative attive e pronte a sostenere l’iniziativa della pubblica amministrazione e a una comunità attenta, non omertosa, non ideologica che considera le piccole Diana della porta accanto non come soprammobili, ma come il futuro di una società che non vuole autodistruggersi.

Povera Italia!

Era difficile, se non impossibile, riuscire a superare la “stoltezza politica” di ciò che rimane dei 5 Stelle, ma Forza Italia e Lega ci sono riusciti.

Non c’è limite al piccolo calcolo politico di leader-ini che nella vituperata Prima Repubblica non avrebbero trovato posto neanche nei consigli di Istituto delle scuole.

C’è qualcuno nel nostro paese a cui interessa il bene del popolo? Che è disposto a sacrificare la logica del tornaconto per una un’azione politica che risponda ai bisogni, alla povertà, alle esigenze della vita vera, non quella dei reality televisivi o dell’apparenza e dell’immagine? C’è qualcuno nel nostro paese per il quale l’impegno politico non è sull’onda di sondaggi, ma nel continuo impegno di ascolto, contatto, lavoro, mediazione e decisione per la Res Pubblica?

E poi qualcuno si scandalizzerà della bassa percentuale al voto e della sempre più scarsa sensibilità degli elettori!

Invece di guardare e analizzare sondaggi, perché questi piccoli uomini della politica non vanno nei supermercati a fare la spesa o nelle code degli uffici postali, nelle periferie delle nostre città dove toccherebbero con mano la realtà di questa nostra Italia?

Quante emergenze (economica, sociale, educativa, Covid, guerra) dovremo ancora sopportare perché ci si renda conto che è il tempo della responsabilità?

Hanno voluto andare al voto, ebbene non gli darò la soddisfazione di protestare contro l’astensione. Andrò a votare e cercherò persone e programmi di candidati (spero di trovarne) che abbiano questa responsabilità e sensibilità per il bene comune.

Ognuno di noi comunque ha la sua “piccola” o “grande” responsabilità di costruzione, di rapporti e luoghi dove poter sperimentare una umanità, un’accoglienza, una socialità, un’educazione. In altri termini una passione per l’umano.

Post di Stefano Dondi

Un virus chiamato “trasformismo”

Si chiama Lorenzo Zejnati e nel 2020 alle elezioni amministrative ha guidato la lista del Pd a Prato. Proviene da Demos (Democrazia e solidarietà), partito creato dal fondatore della Comunità di San Egidio Andrea Riccardi e dal commissario europeo Paolo Gentiloni. Eppure, nonostante questo pedigree, galeotto fu per Zejnati il pellegrinaggio a Milano e l’incontro con Daniela Santanchè, da qualche anno approdata alla corte di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia. Non propriamente la Madonna di Lourdes e tanto meno la Vergine del Rosario del Sacro Monte di Varese, eppure Zejnati, dopo un’estasi prolungata, annuncia la sua adesione proprio a Fratelli d’Italia.

Apriti cielo! La notizia, come una bomba, approda alle testate nazionali con tanto di commento di Michele Serra sull’Amaca di Repubblica. Il segretario pratese del Pd si straccia le vesti e dice “mai più candidati senza una sicura militanza!”. Del resto qualche dubbio era sorto già al momento della sua candidatura: in pochi lo conoscevano ma il pedigree era ottimo con tanto di benedizione del guru di Sant’Egidio, un bel fiore all’occhiello per qualsiasi lista alla ricerca della novità assoluta.

Le contraddizioni erano subito esplose con Zejnati all’attacco soprattutto sui temi dell’accoglienza e dell’inclusione, sui quali il Pd pratese, come quello nazionale, erano considerati da Zejnati troppo tiepidi. A questo punto si dovrebbe chiedere aiuto alla psichiatria: se il Pd è troppo debole, Fdi è certamente contraria ad ogni tipo di accoglienza, ma del resto il manifesto di Demos (realtà di provenienza di Zejnati) dedica addirittura un intero capitolo alla lotta ai populismi e ai sovranismi ben rappresentati in Italia dai “fratellini” della Meloni.

Porte girevoli

La vicenda Zejnati, nella sua assurda anormalità, ci lascia parecchi interrogativi anche scavallando l’Appennino e raggiungendo le nostre pianure emiliane, che da sempre sono terra di conflitti e di appartenenze forti. In realtà oggi non più, poiché anche nella terra che vide combattersi Don Camillo e Peppone, o più concretamente, nella storia del nostro Borgo, Giuseppe Verdi e Luigi Musini, le appartenenze si fanno ogni giorno più sfumate.

Anche da noi i partiti nel formato tradizionale non esistono più. Spesso sono porte girevoli a uso e consumo dello Zejnati di turno, personalità lanciate alla costruzione di una carriera politica. Nemmeno del Pd erede del glorioso Pci, che pure ha lasciato tracce indelebili sul nostro territorio, se non grazie a coraggiose resistenze individuali. Questo è senz’altro un male perché il trasformismo – soprattutto in un paese che non brilla certo per memoria né a lungo né a breve termine – rischia di prendersi il campo e accompagnarci verso una deriva individualista pericolosa.

Recentemente ho particolarmente apprezzato le dichiarazioni di Lorenzo Lavagetto, capogruppo del Pd al Consiglio Comunale di Parma, che uscito sconfitto dalla lotta per l’investitura del candidato sindaco del centrosinistra nel capoluogo ducale, per disciplina di partito – vecchio arnese anche questo – si allineava alla scelta della maggioranza non con lo spirito dell’opposizione interna, ma addirittura accettando di essere il capolista della lista Pd.

Mi rimane un dubbio: il futuro è degli Zejnati di turno, oppure possiamo ancora sperare in eroi buoni alla Lavagetto? Rispondere a questa domanda è importante per il futuro del paese e delle nostre comunità.

Finché c’è guerra c’è speranza?

Immagine presa da Wikipedia

Il conflitto in Ucraina vede protagonisti tanti Pietro Chiocca, commerciante in armamenti interpretato dal mitico Alberto Sordi nel celebre film “Finché c’è guerra c’è speranza”.

Boris Johnson

Reduce dal disastro della Brexit, da una gestione fallimentare della pandemia e sempre più impantanato nelle sue tante gaffe, più comico che statista, si è ritagliato il ruolo di super guerrafondaio per tentare di riportare il Regno Unito sul suolo del continente europeo da liberatore e allo stesso tempo dare scacco all’odiata e divisa Unione Europea.

Joe Biden

Non è parsa vera al grigio presidente democratico un’occasione così grande per far risorgere la potenza gendarme americana, opponendosi all’antico nemico russo alleato del male assoluto, il suo predecessore Donald Trump. Nello stesso tempo altri due obiettivi potevano essere perseguiti: intimidire il colosso economico cinese in grande e inarrestabile ascesa e mettere in riga l’Unione Europea, facendo chiaramente capire che senza l’alleato atlantico non si può far nulla.

Giorgia Meloni

Per restare a casa nostra, la leader di Fratelli d’Italia ha scelto il basso profilo che gli ha fatto ottenere due risultati. Da una parte si è rifatta una verginità con posizioni atlantiche da destra tradizionale, abbandonando populismi e reminiscenze del ventennio, e dall’altra ha messo nell’angolo il suo principale nemico Matteo Salvini, che nelle prime settimane di guerra ha collezionato figuracce a non finire.

Matteo Salvini

Non so se sia stato Giancarlo Giorgietti o qualche altra mente leghista illuminata, ma il tarantolato Matteo ha compreso che collezionare altri colpi da ko, come quello rimediato con la visita al confine polacco, avrebbe coinciso con la fine della sua fulminea carriera politica. Contro la sua stessa natura si è messo in stand by attendendo giorni migliori e pare proprio che questi giorni stiano arrivando. Il prolungarsi della guerra fa salire il malcontento nel popolo italiano, che è generoso, ma poi però pensa alla benzina che cresce e alle vacanze che si avvicinano e comincia ad avere qualche dubbio. E allora eccolo là l’uomo del Papete con il suo “adesso basta”, modello “apriamo tutto” al tempo del Covid.

Alessandro Orsini

È un fenomeno tutto italiano. Nessuno lo conosceva prima e nessuno lo ricorderà dopo. Eppure una vampata di gloria non si nega a nessuno nell’italico e sguaiato olimpo dei talk show. Del resto grazie ai talk molti di noi hanno scoperto di avere un virologo come vicino di casa.

Giuseppe Conte

Il due volte premier e volto delle conferenze stampa fiume a reti unificate era ormai l’ombra di se stesso. Si spacciava come capo del primo gruppo parlamentare italiano, salvo poi essere smentito nei fatti, a partire dall’elezione del Presidente della Repubblica. Non era più credibile nemmeno per il Tribunale di Napoli ed ecco il colpo di genio dell’avvocato degli italiani: si inventa pacifista nel tentativo, in realtà poco riuscito, di intercettare i soliti “maldipacisti piddini” e ritagliare un senso alla sua parabola politica che sta precipitando.

I comunisti nel metaverso

Ormai tutti pensavano che le bandiere rosse con falce e martello e altri orpelli simili fossero destinati a campeggiare soltanto in qualche mercatino dell’antiquariato come anticaglia neanche troppo preziosa. Invece no. Con la guerra in Ucraina, e in attesa della parata sulla Piazza Rossa, i comunisti sono riapparsi nel metaverso putiniano, ancora abbagliati dal “sol dell’avvenire” che sorge a Est e ha come faro la Grande Madre Russia. Hanno ripreso la scena leader come Marco Rizzo, il cui avatar sogna ancora di combattere al fianco dell’Armata Rossa nell’assedio di Stalingrado. Ma nel frattempo gli assaliti sono diventati assalitori.

Generosi per caso

Sono una categoria nata con la guerra Ucraina. Bussavano a ogni porta e suonavano ogni campanello istituzionale per poter ospitare un ucraino con somma generosità, sentendosi così al centro della notizia con tanto di braccialettino giallo azzurro di ordinanza. Peccato che spesso fossero gli stessi che si stracciavano le vesti non appena un barcone attraccava a Lampedusa, magari organizzando manifestazioni “il mio comune non accoglie”. Ma del resto si sa le ucraine sono bionde con gli occhi azzurri, mentre a Lampedusa arrivavano neri, sfaccendati e puzzolenti.

Generosi per caso pentiti

Sono quelli che si sono accorti che non basta ospitare qualche ucraino per avere la troupe de “La Vita in diretta” sul pianerottolo di casa e nel tempo hanno perso il loro entusiasmo, perché poi i bambini vanno integrati a scuola e alle donne va cercata un’occupazione. Insomma, alla fine anche al rifugiato ucraino si applica lo stesso triste proverbio che si applica a ogni ospite che ci occupa casa per troppo tempo…

La loro Santità

È il fenomeno più stravagante di questa guerra. Papa Francesco è riuscito ad avere il massimo dei consensi tra mangiapreti e anticlericali infoiati. Del resto siamo ben coscienti, non è necessario essere buddisti per apprezzare il Dalai Lama. La cosa più straordinaria è che questi neo papalini si accendevano come cerini al grido “il Papa non si deve occupare di politica”. Cosa sarà successo? A noi che dalla parte di Papa Francesco siamo sempre stati non resta che pensare a una immensa e collettiva conversione sulla via di Damasco.

Riconoscersi uomini la vera Liberazione

Una fotografia di nonna Laura.

“Tenere banditi!”. Lo scenario è quello della Lunigiana, terra di mezzo per eccellenza tra Toscana, Emilia Romagna e Liguria. Lo stentato italiano è quello di un giovane soldato della Wehrmacht. I banditi sono i partigiani, che popolano in abbondanza l’estremo lembo della Linea Gotica. Sono banditi – stessa espressione usata da Putin verso i resistenti ucraini, definiti “banditi nazisti” – coloro che non sono riconoscibili come uomini e tanto meno come avversari con una loro dignità. I banditi sono il dentista del paese, il capo partigiano “Falco delle Apuane” – così verrà ribattezzato anche l’unico albergo di quel tratto di Lunigiana a guerra finita –, qualche studente e tanti umili boscaioli che difendevano i loro monti proprio come oggi fanno i “banditi” ucraini, che sono professionisti, studenti e, segno dei tempi, anche donne. A ricevere quella stentorea minaccia è nonna Laura, giovane donna non ancora trentenne che però già conosceva la durezza della vita e la povertà più nera: immigrata in Francia, lo scoppio della guerra l’aveva costretta a fuggire per ritornare in quella piccola frazione del comune di Zeri, da dov’era partita pochi anni prima alla ricerca di una vita dignitosa.

Il vescovo e il maggiore inglese

Ma facciamo un passo indietro. La Lunigiana, come tutte le terre di mezzo, è un posto strano dove i partigiani sono in maggioranza cattolici al contrario della gran parte degli altri territori della Resistenza. È però un posto dove l’umanità conta, forse per colpa della durezza della vita a cui si fa l’abitudine sin da bambini. Non è un caso che in quella terra si possano incontrare personaggi particolari e possano accadere cose impensabili, come un vescovo che scala una montagna per raggiungere il fronte e incontrare un maggiore inglese. È Giovanni Sismondo, vescovo di Pontremoli, “con l’odore delle pecore addosso” come direbbe Papa Francesco, disposto a mettere a rischio la propria vita per il suo gregge. Sapeva quello che rischiava, quando nelle sue omelie condannava duramente i rastrellamenti fascisti e nazisti che mietevano vittime nelle montagne della Lunigiana. I nazisti volevano rapirlo e ucciderlo, ma il popolo era la sua difesa. Qualcuno provò a mettere definitivamente a tacere quel vescovo scomodo lanciando una bomba nella sua stanza, ma al buon Dio quella voce serviva davvero.

Sismondo sale le vette della Lunigiana tra Rossano e Arzelato per incontrare il maggiore inglese Gordon Lett. Il maggiore era anch’egli un personaggio ben deciso e con le idee chiare. Dopo l’8 settembre riesce a fuggire dal campo di prigionia di Veano, in provincia di Piacenza, e cerca subito di riunirsi con gli alleati per continuare la guerra. L’operazione è molto complessa: raggiungere la Corsica per poi dirigersi in Sicilia, ma giunto a Rossano in Lunigiana incontra un gruppo sbandato e al contempo deciso a opporsi a costo della vita all’invasore nazi-fascista. Ci mette un attimo a capire che il suo posto era quello e lì fonda la sua “Brigata internazionale” (oggi il dittatore russo li chiamerebbe mercenari).

Su quella montagna, Lett mai avrebbe immaginato di trovarsi di fronte un vescovo cattolico decisamente fuori luogo. Ma l’umanità prevale subito come prevalgono gli obiettivi alti che entrambi portavano nel cuore. Sismondo chiede a Lett di risparmiare Pontremoli dai bombardamenti alleati per l’alto valore storico e religioso dei suoi monumenti, in particolare la Chiesa della SS Annunziata. Le vicine Aulla e Villafranca erano già state rase al suolo. Lett sa che la richiesta è di quelle importanti, da cui non si può fuggire, anche se necessità di una contropartita. Pontremoli era uno dei comandi più importanti delle forze nazi-fasciste sulla Linea Gotica. Lett sapeva che la richiesta del vescovo andava ben al di là di un obiettivo contingente, allo stesso tempo non dimenticava il suo obiettivo: liberare l’Italia dal nazifascismo. Era necessaria una contropartita e il maggiore non esita, come si fa tra uomini veri: chiede al vescovo la mappa di tutti i rifugi dei nazifascisti a Pontremoli. Sismondo è uomo di Chiesa e di pace e non può accettare di consegnare alla morte degli uomini, nonostante fossero dalla parte sbagliata della storia. Se ne va deluso ma non troppo, perché quando l’umanità si incontra può prendere strade diverse, e comunque qualcosa di grande si è compiuto. Qualche giorno dopo il maggiore Lett troverà un foglio in maniera fortunosa sotto un albero, dove in un testo sgrammaticato si faceva l’elenco dei rifugi nazisti. Pontremoli non sarà bombardata e una volta liberata vivrà il grandissimo impegno del suo vescovo a tutela dei prigionieri nazifascisti. Dietro la croce di un uomo di Chiesa e le mostrine di un maggiore si erano incontrati due grandi uomini e di quel incontro ancora oggi sono altri uomini a beneficiarne, senza più distinzione tra nemici, vincitori e vinti.

Un giovane che sta male

Intanto alla porta della sua piccola casa di Arzelato nonna Laura fa un incontro inatteso. È un giovane che sta male. Porta la divisa della Wehrmacht, ma per lei è in primo luogo un giovane che sta male in terra straniera. Forse chissà, sarà capitato anche a lei quando viveva in Francia. Non esita, lo ospita e gli offre qualcosa di caldo, ciò che si poteva trovare dove mancava tutto. Sa del rischio che corre. I partigiani e i suoi commilitoni, che lo vedevano come un disertore, avrebbero visto prima di tutto il nemico e i suoi complici, non una giovane che aiuta un giovane. Riconoscersi uomini è il primo passo verso la libertà. Quello più importante.

Uno squarcio di sole

È strano.

Si pensa di conoscere tutto (o quasi) della nostra città, dei luoghi e delle persone che la vivono. Poi accade “qualcosa” che in modo imprevisto introduce una prospettiva più profonda, più accurata.

Mi spiego meglio.

Sul volontariato e l’associazionismo di questa terra tanto viene detto e tanto viene fatto e si corre il rischio di dare per scontato che esista, come fosse l’obelisco di piazza Garibaldi; passa l’ambulanza della Pubblica assistenza, leggi la scritta Avis – per citarne solo due fra le più conosciute a livello locale – e non ci si rende conto che ci sono dei volti, delle persone che rendono possibile quel servizio. Sembra che “debba essere così” per forza di inerzia.

Così come è molto facile che ci si porti appresso, in questa cittadina né grande né piccola dove ci si conosce quasi tutti, una propria idea o immagine di tizio e caio.

Quando però ti soffermi un attimo e ti “capita” di incrociare in un lasso di tempo e spazio alcune di quelle persone che “fanno qualcosa per la comunità”, allora ti si spalanca un mondo nuovo, una realtà di bene che ti tocca.

A me questo è accaduto incontrando Stefano della Caritas. Ci si era incrociati in diverse occasioni, ma senza mai avere il tempo di qualcosa di più di una telefonata o un “ciao, come va?”. È bastato il tempo di un aperitivo e il desiderio di conoscere, aldilà di quello che pensiamo già di sapere.

Ci sono persone che credono in quello che fanno, che danno tempo, energia e sacrificio per tutti noi, poveri o meno poveri.

Poi si potrebbe vederla e pensarla diversamente su tante conseguenze, ma finché ci sono persone e realtà così, uno squarcio di sole illumina il solipsismo individualista che tanto ci si porta appresso e un invito di gratuità può cambiare la nostra comunità in meglio.

 

Post scritto da Stefano Dondi.

La Chiesa italiana riparta da Don Camillo

Foto tratta da Flickr.

Seminari vuoti e chiese ancora più vuote dopo la pandemia. È in questo scenario che la Chiesa italiana sta vivendo il suo Sinodo. Ormai da decenni i credenti praticanti, quelli che vanno a Messa la domenica, si attestano sotto il 10% della popolazione e ora l’effetto pandemico evidenzia un ulteriore abbassamento delle frequenze domenicali.

Non c’è però ancora il rischio dell’irrilevanza dei cattolici italiani. Pensiamo al grande impegno di istituzioni come Caritas e di realtà associative come Agesci durante la pandemia, o ancora al grande ruolo di supplenza e progettualità di molte realtà di matrice cattolica nell’ambito del welfare. Pensiamo alla capillarità di alcune realtà associative come Azione Cattolica, o a importanti momenti di riflessione politica, culturale e sociale come il Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione. Infine, pensiamo all’importante lavoro di mediazione internazionale di realtà come la Comunità di Sant’Egidio.

Rischio scollamento

C’è però un rischio ed è quello dello scollamento tra l’impegno laicale e quella che un tempo si sarebbe chiamata la “chiesa gerarchica”, dai vescovi ai parroci.

Papa Francesco aveva già ben chiaro questo rischio quando al Convegno ecclesiale di Firenze nel 2015 chiedeva una chiesa italiana in uscita. Il suo appello si rivolgeva direttamente ai vescovi con due esempi molto concreti. Il primo era il racconto di un vescovo pigiato sulla metro che non riusciva ad agganciarsi rischiando di finire calpestato a terra e veniva salvato solo dal sostegno della gente che gli era accanto. Questa parabola, secondo Francesco, è l’immagine che calza a pennello alla sua immagine di Chiesa, dove i vescovi sono sostenuti dalla propria gente.

Nel secondo esempio Papa Bergoglio, disegnando la figura del sacerdote e del vescovo, attingeva a Giovannino Guareschi, autore da lui particolarmente apprezzato, che metteva in bocca a Don Camillo la descrizione del sacerdote ideale. «Sono un povero prete di campagna che conosce i suoi parrocchiani uno per uno li ama, che ne sa i dolori e le gioie, che soffre e sa ridere con loro».

Il Convegno di Firenze è stato accantonato molto più rapidamente di quanto accaduto per gli altri appuntamenti nazionali. Così come i vescovi italiani hanno tolto dal tavolo gli appelli sempre fatti da Papa Francesco a una riorganizzazione territoriale della chiesa italiana, con la soppressione delle Diocesi più piccole, e il pressante invito a fare chiarezza sul dossier pedofilia.

“Modello” Brescello

Nel prossimo mese di maggio la Conferenza Episcopale Italiana sarà chiamata a eleggere il suo presidente. Bergoglio avrebbe preferito un’elezione diretta, come avviene nelle conferenze episcopali di tutto il mondo, ma per deferenza all’autorità del Papa vescovo di Roma, e quindi primate della chiesa italiana, sulla sua scrivania arriverà una terna. Il Papa argentino sarà pronto a dire l’ultima sul nome del successore del Cardinale Gualtiero Bassetti e come sempre nulla è scontato.

Due nomi si fanno con insistenza quello del Cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, e di Monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi. Si tratta di due vescovi regnanti nella “rossa” Emilia. Sono due vescovi che hanno “l’odore delle pecore addosso”, espressione usata dallo stesso Bergoglio, molto simili al curato di Brescello creato dalla penna di Guareschi.

L’Emilia è da sempre terra di alleanze come quella stretta, volenti o nolenti, dal sindaco rosso Peppone e dal curato Don Camillo. Essere nel mondo in uscita per stringere alleanza era l’auspicio formulato sempre a Firenze da Papa Francesco. Se uno dei due prelati sarà chiamato a presiedere i vescovi italiani anche per il Sinodo, si potrebbero aprire strade insperate.

Se la politica non sa più programmare

Sono tante le polemiche di queste settimane sulla pianificazione territoriale dei comuni della nostra provincia, a partire dal capoluogo. I temi dell’aeroporto per aerei cargo e del nuovo stadio Tardini hanno già animato l’avvio della campagna elettorale per l’elezione del sindaco di Parma, spaccando le coalizioni a partire da quella che unisce Pd ed Effetto Parma. Le polemiche non sono mancate nemmeno nel nostro comune in particolare sul nuovo insediamento commerciale di via Croce Rossa.

La legge regionale 20 del 2000 ha dato attuazione nella nostra Regione al Piano Strutturale Comunale: “…realizzare un efficace ed efficiente sistema di programmazione e pianificazione territoriale che operi per il risparmio delle risorse territoriali, ambientali e energetiche al fine del benessere economico, sociale e civile della popolazione regionale, senza pregiudizio per la qualità della vita delle future generazioni”. La norma parla di “uso appropriato delle risorse ambientali, naturali, territoriali e culturali”.

Lettera morta

Le indicazioni della normativa sono rimaste pressoché lettera morta, pur realizzando per obbligo di legge i PSC nella gran parte dei Comuni emiliano-romagnoli. Due sono a nostro parere le motivazioni. La prima è la scarsa capacità programmatoria della politica, senza distinzione di parte, che vede come unico orizzonte temporale la successiva scadenza elettorale, pianificando le inaugurazioni in campagna elettorale. La seconda uno scarso interesse dei cittadini allo sviluppo delle città, fatto salvo la nascita dei Comitati per il No quando le proposte vanno a realizzazione (oggi abbiamo già il comitato “No Cargo” e presto attendiamo il “No Tardini”), secondo l’abusato principio del “not in my back yard” (non nel mio cortile), con tanto di strumentalizzazione politica da parte delle opposizioni.

In questa morsa vengono spesso stretti gli uffici tecnici e di pianificazione territoriale dei singoli comuni (dove ancora sono rimasti, visto che in molti piccoli comuni sono stati chiusi in ottemperanza alla spending review e al blocco delle assunzioni): tra la mancanza di indirizzo politico e i cosiddetti “portatori di interesse”, che ottemperando alle loro esigenze imprenditoriali hanno “fretta di chiudere”.

Cambio di mentalità

La pandemia ha ancora di più evidenziato i limiti programmatori sul piano sanitario, con la totale assenza della medicina territoriale martoriata da anni (programmare le risorse culturali significa anche programmare gli accessi alle professioni: si pensi all’assoluta carenze del personale infermieristico e dei cosiddetti medici di famiglia), e sul piano sociale, dove le periferie sono protagoniste assolute del tema del disagio giovanile.

La logica del cogliere ogni occasione imprenditoriale proposta ha qualche limite, perché spesso dimentica l’impatto sociale, la qualità del lavoro e preclude la via ad altre proposte che magari necessitano di più tempo per essere realizzate.

Tra le proposte (si chiamano “schede di progetto”) approvate dall’ultimo consiglio comunale di Fidenza c’è ad esempio una non ben definita struttura residenziale per anziani di circa 100 posti, che va in assoluta controtendenza con le indicazioni delle Regione, del Pnrr e in primis dagli esiti del lavoro della commissione nazionale sui servizi agli anziani istituita dal Ministero della Salute e presieduta da Mons. Vincenzo Paglia, oltre a non tener conto del sistema dei servizi oggi presente sul territorio.

È necessario un profondo cambio di mentalità nella politica, nelle istituzioni, nei cittadini e nella classe imprenditoriale, perché provvedimenti legislativi illuminati come la legge regionale 20 del 2000 trovino una reale attuazione.