
La passione di una certa sinistra un po’ salottiera – non so se sia ancora di moda la dicitura radical chic – è quella di categorizzare ogni avvenimento dentro a una lettura che spesso risulta abbastanza disallineata dalla realtà.
L’elezione dell’Arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi a presidente della Conferenza Episcopale Italiana (Cei) è stata subito cavalcata dai corsivisti di punta di questa corrente, da Concita De Gregorio a Michele Serra, che hanno disegnato Matteo Zuppi come il prete di strada, paladino della visione del mondo di Papa Bergoglio, molto radicale e molto di sinistra.
Matteo Zuppi è in primo luogo un pastore che come ha sapientemente scritto Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium ha “l’odore delle pecore addosso”. Il suo essere tra la gente, che siano gli operai di un’azienda in crisi o i richiedenti asilo di qualche centro di accoglienza, non è la spasmodica ricerca di dialogo con una qualche non ben definita corrente intellettuale o peggio politica, ma è semplicemente l’annuncio del Vangelo incarnato nella quotidianità e ha un preciso modello: non quello seppur apprezzabile di Papa Bergoglio, ma quello del Vangelo e di un certo Gesù, che nel suo peregrinare incontrava per primi i diseredati e gli oppressi, come la Maddalena, la Samaritana e l’esattore corrotto. È bene quindi inquadrare la nomina di Zuppi all’interno di un percorso ecclesiale.
Un cammino in salita
Sarebbe allo stesso modo ingenuo non badare alla modalità straordinaria con cui Papa Francesco, – che in quanto Vescovo di Roma è capo dei vescovi italiani – ha sostenuto la nomina di Zuppi. In una sua intervista al Corriere della Sera Bergoglio ha fatto un identikit molto preciso del nuovo Presidente dei Vescovi Italiani, che rispondeva de facto al nome di Matteo Zuppi. Il percorso denota le forti resistenze all’interno dell’episcopato italiano, che più di altri ha sofferto le aperture del papa argentino e si è dimostrato reticente di fronte a dossier importanti come quello delle molestie sui minori. Del resto chi abbia un minimo di frequentazione ecclesiale sa bene come l’Italia più di altre nazioni, per diversi motivi storici, soffra l’ingerenza del potere temporale, ancor più di quello della magistratura. Nei giorni scorsi, in un dialogo, un Vescovo mi faceva queste affermazioni: “non dobbiamo parlare di valori che sono un retaggio della rivoluzione francese. Per noi esistono solo principi che non sono negoziabili”. Siamo ancora fermi alla vecchia diatriba ruiniana sui principi non negoziabili. Il cammino del Cardinale Zuppi sarà sicuramente in salita, anche se può contare sulle realtà associative e sui movimenti rimasti un importante baluardo per la chiesa italiana e sullo Spirito che ha ispirato la scelta di Papa Bergoglio.
Leader cercasi
Non vorrei deludere il mondo laico, ma Zuppi poco centra con le icone del mondo laico quali quelle invocate, forse in ragione anche di qualche anniversario, Pasolini a Berlinguer. Pasolini ha sempre sostenuto che attraverso l’arte si potesse elaborare una profonda critica della realtà sociale e politica e la sua importante opera va in quella direzione. Enrico Berliguer è stato forse l’ultimo leader politico popolare che, attraverso il dialogo nelle piazze e nelle sezioni del partito comunista, ha cercato di tracciare un futuro per il nostro paese e per il mondo secondo una opzione socialdemocratica. Certo, personalità come Berliguer e Pasolini ci mancano nell’era degli intellettuali da talk show, ma non è proponibile creare in laboratorio uno Zuppi laico. È invece da ripensare un modello culturale e politico del paese e forse solo la sinistra può rendersene conto. Si deve però scontare il fatto che la politica e la cultura non hanno una struttura verticistica come la Chiesa. Tale struttura è stata più volte criticata fuori e dentro la Chiesa, anche se oggi, esercitata con la sapienza di Bergoglio e mixata con la collegialità sempre più invocata all’interno delle comunità cristiane, può rivelarsi una grande opportunità.






