Zuppi, Pasolini e Berlinguer

Il presidente della Cei Matteo Zuppi (foto di Francesco Pierantoni)

La passione di una certa sinistra un po’ salottiera – non so se sia ancora di moda la dicitura radical chic – è quella di categorizzare ogni avvenimento dentro a una lettura che spesso risulta abbastanza disallineata dalla realtà.

L’elezione dell’Arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi a presidente della Conferenza Episcopale Italiana (Cei) è stata subito cavalcata dai corsivisti di punta di questa corrente, da Concita De Gregorio a Michele Serra, che hanno disegnato Matteo Zuppi come il prete di strada, paladino della visione del mondo di Papa Bergoglio, molto radicale e molto di sinistra.

Matteo Zuppi è in primo luogo un pastore che come ha sapientemente scritto Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium ha “l’odore delle pecore addosso”. Il suo essere tra la gente, che siano gli operai di un’azienda in crisi o i richiedenti asilo di qualche centro di accoglienza, non è la spasmodica ricerca di dialogo con una qualche non ben definita corrente intellettuale o peggio politica, ma è semplicemente l’annuncio del Vangelo incarnato nella quotidianità e ha un preciso modello: non quello seppur apprezzabile di Papa Bergoglio, ma quello del Vangelo e di un certo Gesù, che nel suo peregrinare incontrava per primi i diseredati e gli oppressi, come la Maddalena, la Samaritana e l’esattore corrotto. È bene quindi inquadrare la nomina di Zuppi all’interno di un percorso ecclesiale.

Un cammino in salita

Sarebbe allo stesso modo ingenuo non badare alla modalità straordinaria con cui Papa Francesco, – che in quanto Vescovo di Roma è capo dei vescovi italiani – ha sostenuto la nomina di Zuppi. In una sua intervista al Corriere della Sera Bergoglio ha fatto un identikit molto preciso del nuovo Presidente dei Vescovi Italiani, che rispondeva de facto al nome di Matteo Zuppi. Il percorso denota le forti resistenze all’interno dell’episcopato italiano, che più di altri ha sofferto le aperture del papa argentino e si è dimostrato reticente di fronte a dossier importanti come quello delle molestie sui minori. Del resto chi abbia un minimo di frequentazione ecclesiale sa bene come l’Italia più di altre nazioni, per diversi motivi storici, soffra l’ingerenza del potere temporale, ancor più di quello della magistratura. Nei giorni scorsi, in un dialogo, un Vescovo mi faceva queste affermazioni: “non dobbiamo parlare di valori che sono un retaggio della rivoluzione francese. Per noi esistono solo principi che non sono negoziabili”. Siamo ancora fermi alla vecchia diatriba ruiniana sui principi non negoziabili. Il cammino del Cardinale Zuppi sarà sicuramente in salita, anche se può contare sulle realtà associative e sui movimenti rimasti un importante baluardo per la chiesa italiana e sullo Spirito che ha ispirato la scelta di Papa Bergoglio.

Leader cercasi

Non vorrei deludere il mondo laico, ma Zuppi poco centra con le icone del mondo laico quali quelle invocate, forse in ragione anche di qualche anniversario, Pasolini a Berlinguer. Pasolini ha sempre sostenuto che attraverso l’arte si potesse elaborare una profonda critica della realtà sociale e politica e la sua importante opera va in quella direzione. Enrico Berliguer è stato forse l’ultimo leader politico popolare che, attraverso il dialogo nelle piazze e nelle sezioni del partito comunista, ha cercato di tracciare un futuro per il nostro paese e per il mondo secondo una opzione socialdemocratica. Certo, personalità come Berliguer e Pasolini ci mancano nell’era degli intellettuali da talk show, ma non è proponibile creare in laboratorio uno Zuppi laico. È invece da ripensare un modello culturale e politico del paese e forse solo la sinistra può rendersene conto. Si deve però scontare il fatto che la politica e la cultura non hanno una struttura verticistica come la Chiesa. Tale struttura è stata più volte criticata fuori e dentro la Chiesa, anche se oggi, esercitata con la sapienza di Bergoglio e mixata con la collegialità sempre più invocata all’interno delle comunità cristiane, può rivelarsi una grande opportunità.

La Chiesa italiana riparta da Don Camillo

Foto tratta da Flickr.

Seminari vuoti e chiese ancora più vuote dopo la pandemia. È in questo scenario che la Chiesa italiana sta vivendo il suo Sinodo. Ormai da decenni i credenti praticanti, quelli che vanno a Messa la domenica, si attestano sotto il 10% della popolazione e ora l’effetto pandemico evidenzia un ulteriore abbassamento delle frequenze domenicali.

Non c’è però ancora il rischio dell’irrilevanza dei cattolici italiani. Pensiamo al grande impegno di istituzioni come Caritas e di realtà associative come Agesci durante la pandemia, o ancora al grande ruolo di supplenza e progettualità di molte realtà di matrice cattolica nell’ambito del welfare. Pensiamo alla capillarità di alcune realtà associative come Azione Cattolica, o a importanti momenti di riflessione politica, culturale e sociale come il Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione. Infine, pensiamo all’importante lavoro di mediazione internazionale di realtà come la Comunità di Sant’Egidio.

Rischio scollamento

C’è però un rischio ed è quello dello scollamento tra l’impegno laicale e quella che un tempo si sarebbe chiamata la “chiesa gerarchica”, dai vescovi ai parroci.

Papa Francesco aveva già ben chiaro questo rischio quando al Convegno ecclesiale di Firenze nel 2015 chiedeva una chiesa italiana in uscita. Il suo appello si rivolgeva direttamente ai vescovi con due esempi molto concreti. Il primo era il racconto di un vescovo pigiato sulla metro che non riusciva ad agganciarsi rischiando di finire calpestato a terra e veniva salvato solo dal sostegno della gente che gli era accanto. Questa parabola, secondo Francesco, è l’immagine che calza a pennello alla sua immagine di Chiesa, dove i vescovi sono sostenuti dalla propria gente.

Nel secondo esempio Papa Bergoglio, disegnando la figura del sacerdote e del vescovo, attingeva a Giovannino Guareschi, autore da lui particolarmente apprezzato, che metteva in bocca a Don Camillo la descrizione del sacerdote ideale. «Sono un povero prete di campagna che conosce i suoi parrocchiani uno per uno li ama, che ne sa i dolori e le gioie, che soffre e sa ridere con loro».

Il Convegno di Firenze è stato accantonato molto più rapidamente di quanto accaduto per gli altri appuntamenti nazionali. Così come i vescovi italiani hanno tolto dal tavolo gli appelli sempre fatti da Papa Francesco a una riorganizzazione territoriale della chiesa italiana, con la soppressione delle Diocesi più piccole, e il pressante invito a fare chiarezza sul dossier pedofilia.

“Modello” Brescello

Nel prossimo mese di maggio la Conferenza Episcopale Italiana sarà chiamata a eleggere il suo presidente. Bergoglio avrebbe preferito un’elezione diretta, come avviene nelle conferenze episcopali di tutto il mondo, ma per deferenza all’autorità del Papa vescovo di Roma, e quindi primate della chiesa italiana, sulla sua scrivania arriverà una terna. Il Papa argentino sarà pronto a dire l’ultima sul nome del successore del Cardinale Gualtiero Bassetti e come sempre nulla è scontato.

Due nomi si fanno con insistenza quello del Cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, e di Monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi. Si tratta di due vescovi regnanti nella “rossa” Emilia. Sono due vescovi che hanno “l’odore delle pecore addosso”, espressione usata dallo stesso Bergoglio, molto simili al curato di Brescello creato dalla penna di Guareschi.

L’Emilia è da sempre terra di alleanze come quella stretta, volenti o nolenti, dal sindaco rosso Peppone e dal curato Don Camillo. Essere nel mondo in uscita per stringere alleanza era l’auspicio formulato sempre a Firenze da Papa Francesco. Se uno dei due prelati sarà chiamato a presiedere i vescovi italiani anche per il Sinodo, si potrebbero aprire strade insperate.

Una camminata silenziosa per la Pace

C’è un’immagine in particolare che mi ha molto colpito in questi giorni: il claudicante e anziano Papa Francesco che sale le scale dell’ambasciata russa presso la Santa Sede per andare a chiedere con forza la Pace. L’ambasciatore, da quanto riferiscono le cronache, rimase esterrefatto nel trovarselo di fronte. «Farò il possibile» sarebbe stata la sua imbarazzata risposta.

Per molti – dalle paludate gerarchie ecclesiastiche ai cosiddetti “uomini di mondo” – la pastorale dei gesti inaugurata da Papa Francesco è scandalosa. Fu Gesù stesso a essere considerato scandaloso agli occhi dei ben pensanti del suo tempo con incontri disdicevoli (Zaccheo, la Maddalena e la Samaritana sono solo alcuni tra i tanti). Bergoglio è gesuita e conosce sino in fondo la Parola letta, meditata e attualizzata nella Lectio Divina. Sa benissimo come da sempre il Vangelo sia scandalo e non una banale storiellina a lieto fine. È anche consapevole della potenza del Vangelo come strumento di speranza.

Salvare ciò che è perduto

La stessa speranza testimoniata dalle tante persone che hanno risposto all’appello di digiuno e preghiera del Papa, e che hanno attraversato in silenzio le vie del centro di Fidenza, mettendo da parte ogni differenza di pensiero e di credo. A questo appello si è unito anche il sindaco Andrea Massari con tutta l’amministrazione comunale a dimostrazione, come già nei periodi più bui della pandemia, della coesione che anima la comunità fidentina, rappresentata in modo concreto dai tanti che hanno sostenuto la raccolta di aiuti presso il “Mini Mix” di via Gramsci. Mai forse avremmo pensato che ci si potesse stringere il cuore vedendo preparare bancali.

Al di là delle opinioni e delle ricette politiche, ognuno di noi non si può esimere da questa ricerca di salvezza e i fidentini come molti altri lo hanno capito. Oggi proviamo sulla nostra pelle con la guerra nel cuore dell’Europa e il pericolo nucleare non più così astratto, quanto espresso da Papa Francesco nell’enciclica “Fratelli tutti”, citata dal Vicario Generale Don Gianemilio Pedroni al termine della camminata silenziosa del mercoledì del Ceneri: «Tali situazioni di violenza vanno moltiplicandosi dolorosamente in molte regioni del mondo, tanto da assumere le fattezze di quella che si potrebbe chiamare una “terza guerra mondiale a pezzi”».

Perché “La rosa bianca”

Il 22 febbraio del 1943 veniva giustiziata Sophie Scholl leader del movimento anti nazista “La Rosa Bianca”. Il movimento si ispirava ai valori cristiani ed era prevalentemente composto da giovani universitari protestanti, ortodossi e cattolici. Sul fronte francese e sul fronte russo avevano toccato con mano gli orrori del nazismo nei confronti degli ebrei e l’applicazione dell’eutanasia su disabili fisici e psichici sul modello eugenetico di Josef Mengele. La loro “resistenza passiva” al nazismo, che erano convinti da lì a poco sarebbe crollato, proponeva un modello alternativo: quello dell’Europa federale ispirata dal sacerdote italiano Romano Guardini. Il loro modello d’azione era quello della distribuzione pubblica di volantini che invitavano il popolo tedesco alla resistenza passiva.

La storia non si ripropone mai allo stesso modo e su questo sarebbe d’accordo anche Giovanbattista Vico. L’Italia e l’Europa non devono temere il ripetersi tale e quale degli orrori del nazismo o del fascismo. Ci sono però pericoli che sfidano le nostre comunità e per questo riteniamo che anche oggi, con nuovi strumenti e modalità, sia necessario mettere in campo a livello locale come globale una resistenza. Gli anni della pandemia ci lasciano la forte sensazione che il patto comunitario sia in crisi. La politica, come luogo del confronto e della decisione, è in agonia. Fare politica sembra diventata un provino per partecipare all’ultimo dei reality. Sono richiesti un bel aspetto e un ottimo social media manager, poco importa se non si ha nulla da dire. Pensiamo che i valori cristiani, come quelli del pensiero socialista, liberale, verde e ambientalista, abbiano ancora molto da dire alla nostra società e non possano essere banalizzati da un populismo che ha divorato come un tarlo anche le parte più sane della nostra società e della politica.

È per questo che con un gruppo di amici abbiamo pensato e voluto questo blog, che vuole essere un luogo di libera espressione e di confronto come lo “Speakers’ corner” di Hyde Park. È per questo che aspetto i vostri contributi che pubblicheremo con una regola sola: costruire il futuro contro quel populismo che vuole solo distruggere, anti camera di quelle ideologie del terrore contro le quali Sophie Scholl e i giovani amici della Rosa Bianca si sono battuti fino al coraggioso sacrificio della vita.