Bonaccini, l’uomo del fare

Stefano Bonaccini è il primo candidato alla segretaria nazionale del Partito Democratico di grande peso politico. Non era un segreto che il Presidente dell’Emilia-Romagna puntasse a questo obiettivo già da mesi, mentre si sviluppava l’agonia del PD di Enrico Letta ostaggio delle correnti.

Dopo il 25 settembre era partita però una psicoanalisi di gruppo, che come in ogni buona seduta psicoanalitica metteva in discussione la stessa esistenza del Partito.

In questo scenario si scatenava la discussione sul nulla: prima la costituente e l’identità e poi il segretario. Come se si potesse distinguere tra i valori e i programmi e chi è incaricato di portarli avanti. Lo strumento delle primarie non è fallito perché non rappresenta un modo per decidere tra diverse opzioni politiche, ma semplicemente perché era divenuto una gara tra correnti e una sorta di auditel sulla simpatia e la “telegenicità”. Qualcuno ha mai capito che differenza di linea politica c’era tra Letta, Franceschini, Zingaretti, Cuperlo? Forse l’unica eccezione è stato lo scontro tra Matteo Renzi e Pierluigi Bersani, che però è stata impostata più a distruggere quella fusione a freddo, costruita con troppa fretta da Prodi e Veltroni, che non a costruire un progetto di centrosinistra di governo.

Recuperare l’identità

Stefano Bonaccini non è uomo da sedute psicoanalitiche. È uomo del fare con tutti i pregi e difetti che questo ruolo comporta. Alla fine ha deciso di uscire da quella stanza e di mettere in campo una proposta identitaria. L’identità non è una brutta parola da lasciare alla destra come merito, autarchia alimentare, patria, nazione e tante altre. L’identità è il dire chi sono, cosa ho fatto e cosa voglio fare. Bonaccini si è presentato a Campogalliano, nella sua Emilia, di fianco alla casa dov’è nato e alla sede del Partito Comunista Italiano dove ha preso la prima tessera e dove ha iniziato a fare l’amministratore.

A fianco di Stefano Bonaccini c’erano molti sindaci e amministratori che rappresentano chi ogni giorno deve dare una risposta ai cittadini. Si tratta anche in questo caso di una rappresentazione identitaria, che parte dalle sezioni e arriva ai comuni, alle provincie e alla Regione, cercando di realizzare gli obiettivi messi in chiaro e concretizzati nelle lunghe discussioni all’interno delle sezioni, dove si discuteva certo anche di nomi ma soprattutto di idee e di progetti.

Ci sono molte incognite sulla strada del Presidente dell’Emilia-Romagna. Il primo e forse più difficile ostacolo è rappresentato dalle correnti, che dispongono di un partito che non ha mai saputo essere realmente tale. Bonaccini ha detto che farà a meno delle correnti ma per farlo dovrà presentare una proposta forte e fortemente identitaria, che sappia riaccendere le speranze dei militanti e degli elettori.

Il secondo ostacolo è saper realizzare a livello nazionale il positivo modello amministrativo emiliano-romagnolo. Il PD ha amministrato in diverse realtà italiane a nord, al centro e al sud, ma non sempre con la stessa efficienza del modello della regione di Bonaccini.

Quindi la grande incognita è il PD nazionale è pronto per una svolta dirompente, identitaria e concreta? Lo scopriremo nei prossimi mesi, così come scopriremo se Stefano Bonaccini saprà tenere la barra dritta e non annegare nella palude romana. Il rischio è non avere altre alternative.