La piccola Diana l’abbiamo uccisa noi

“Troppe volte noi adulti trattiamo i bambini come soprammobili. Li appoggiamo da qualche parte nelle nostre vite, mentre andiamo avanti a fare tutto il resto come se loro non ci fossero. Diana c’era. Ma nessuno se ne è accorto”.

Sono parole dure quelle di Alberto Pellai, docente e noto saggista, che commentano la morte di Diana, 16 mesi, abbandonata dalla madre per 6 giorni nell’abitazione di Milano e morta di stenti. Difficile non riconoscersi in queste parole: su un soprammobile, come su qualsiasi oggetto, si esercita la proprietà e si dispone senza badare mai al bene che meriterebbe una persona e una vita nelle fasi della sua aurora.

Nel 2019 le pagine dei giornali furono inondate dal caso di Bibbiano. Al di là della vicenda giudiziaria – su cui farà chiarezza la magistratura – e della polemica politica – che con una certa dose di cinismo era strumentalmente usata come una clava contro una parte –, per chi ha un minimo di dimestichezza su questi temi era evidente il concetto che veniva espresso: i bambini sono un patrimonio indisponibile di chi li genera che ne può disporre come meglio crede, non per il loro bene ma in funzione delle necessità dei genitori, proprio come si fa con un soprammobile. Nessuno è legittimato a mettere in discussione questo concetto di proprietà senza essere definito “ladro di bambini”, con quell’omertà tipicamente mafiosa che ci rende complici di questa strage di innocenti. Diana è una martire delle polemiche su Bibbiano e dell’omertà che avvolge il tema dell’infanzia abusata, maltrattata e annientata.

Spesso ci nascondiamo dietro al fatto che queste vicende riguardano le grandi città e non le piccole comunità, dove ci si conosce tutti, e riguardano alcuni strati sociali e non certo la borghesia per bene delle nostre piccole città e paesi. Purtroppo non è così: il Distretto di Fidenza, composto da poco più di 104.000 abitanti con comuni medio-piccoli, presentava nel 2021 il dato di 1666 minori in carico al servizio sociale pari a quasi il 10% della popolazione tra gli 0 e i 18 anni dell’intero Distretto. Di 501 di loro si era già interessata l’autorità giudiziaria.

Guardiamoci bene dal tirare fuori il tema delle baby gang, degli stranieri e altri temi che servono solo a individuare un nemico per toglierci la paura che quel tumore sia dentro di noi. Prevalgono i casi in cui i minori finiscono a essere oggetto di ricatto in cause di separazione e in ogni tipo di contenzioso tra genitori di “razza bianca caucasica”. I casi più complessi sono quelli in cui i genitori appartengono alla borghesia medio-alta e gli avvocati ingaggiati sono i migliori, che sanno muoversi tra istanze e perizie meritandosi le laute parcelle dei loro assistiti, ma non agendo sicuramente a tutela dei minori coinvolti.

Per la nostra comunità c’è un lato positivo della medaglia ed è che queste situazioni emergono in numero consistente e trovano percorsi di attenzione e tutela grazie all’eroica azione delle assistenti sociali – che in questi anni hanno messo a repentaglio non solo la loro onorabilità e il rischio di finire dentro a vicende giudiziarie, ma spesso anche la loro incolumità fisica – e a un terzo settore fatto di associazioni e cooperative attive e pronte a sostenere l’iniziativa della pubblica amministrazione e a una comunità attenta, non omertosa, non ideologica che considera le piccole Diana della porta accanto non come soprammobili, ma come il futuro di una società che non vuole autodistruggersi.

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