Che cosa ci insegna l’elezione di Michele Guerra

Il neosindaco di Parma Michele Guerra (foto presa da Facebook)

Al neosindaco di Parma Michele Guerra vanno i migliori auguri di buono lavoro e credo proprio che ne abbia bisogno, viste le tante aspettative di una città che in questi anni ha voluto sperimentare soluzioni innovative da laboratorio politico, non sempre con successo.

Non lo conosco personalmente ma da oltre Taro mi arrivano riscontri positivi sulla persona, e non quelli interessati di qualche politico in cerca di accreditamento, ma da suoi studenti o compagni d’università. Le fonti sono importanti perché dimostrano il valore della persona al di là del ruolo,

È particolarmente significativo che sia una persona di valore a misurarsi con un carico di responsabilità notevole che ogni sindaco deve affrontare in quanto primo riferimento sul campo delle istituzioni in stretto rapporto con i cittadini. Lo sono poi in particolare in una città come Parma che ha sempre fatto sfoggio della sua diversità e autonomia come capitale di quel Ducato europeo ante litteram, diviso tra Francia, Spagna e Austria. Parma si è anche spesso baloccata in questa diversità mancando non pochi appuntamenti con l’innovazione. Michele Guerra è anche un giovane uomo di cultura e ha ben presente come la cultura non è un processo storico immobile ma muta al mutare e al trasformarsi delle abitudini, dei sentimenti e dei valori di chi abita e vive quotidianamente questa fetta di territorio. Si badi bene un territorio che non può essere stretto a cinta dall’Arco di San Lazzaro sino alla Crocetta, ma che si estende dai confini della Liguria sino alle Terre d’Ongina.

Una mossa vincente: la “pax pizzarottiana”

La “petite capitale” ha avuto negli anni questa particolarità: immaginarsi capitale europea e non riuscire nemmeno a essere capoluogo di provincia. Anche in questo qualche segno di speranza c’è. I due maggiori promotori della candidatura Guerra sono proprio il sindaco di Salsomaggiore e segretario provinciale del Pd Filippo Fritelli e il sindaco di Fidenza e presidente di una rinata Provincia Andrea Massari. La stessa parata di sindaci e amministratori della Provincia a sostegno di Guerra, in occasione del primo turno, fa ben sperare.

Si sa che le capitali soffrono sempre la concorrenza di chi tende a oscurarle e in questi decenni il conflitto Parma vs. Bologna è stato a tratti molto aspro. Gli ultimi anni sono stati contraddistinti dalla cosiddetta “pax pizzarottiana”, un patto di sangue firmato con il governatore emiliano-romagnolo Stefano Bonaccini. È proprio Bonaccini il primo fautore dell’accordo tra Pd e la “banda” Pizzarotti, che ha partorito la candidatura vincente di Michele Guerra. Una ritrovata sintonia tra Parma e la sua Regione non può che far bene a tutti visti anche i tristi risultati di anni di conflitto.

Alla fine se sono rose fioriranno, di fronte al nuovo sindaco ci sono temi decisivi per il futuro del nostro territorio in un momento epocale di passaggio storico. Quel quarantenne dalla faccia pulita apprezzato da tutti dovrà tirare fuori gli artigli oltre al suo sorriso che speriamo non perda troppo presto.

Zuppi, Pasolini e Berlinguer

Il presidente della Cei Matteo Zuppi (foto di Francesco Pierantoni)

La passione di una certa sinistra un po’ salottiera – non so se sia ancora di moda la dicitura radical chic – è quella di categorizzare ogni avvenimento dentro a una lettura che spesso risulta abbastanza disallineata dalla realtà.

L’elezione dell’Arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi a presidente della Conferenza Episcopale Italiana (Cei) è stata subito cavalcata dai corsivisti di punta di questa corrente, da Concita De Gregorio a Michele Serra, che hanno disegnato Matteo Zuppi come il prete di strada, paladino della visione del mondo di Papa Bergoglio, molto radicale e molto di sinistra.

Matteo Zuppi è in primo luogo un pastore che come ha sapientemente scritto Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium ha “l’odore delle pecore addosso”. Il suo essere tra la gente, che siano gli operai di un’azienda in crisi o i richiedenti asilo di qualche centro di accoglienza, non è la spasmodica ricerca di dialogo con una qualche non ben definita corrente intellettuale o peggio politica, ma è semplicemente l’annuncio del Vangelo incarnato nella quotidianità e ha un preciso modello: non quello seppur apprezzabile di Papa Bergoglio, ma quello del Vangelo e di un certo Gesù, che nel suo peregrinare incontrava per primi i diseredati e gli oppressi, come la Maddalena, la Samaritana e l’esattore corrotto. È bene quindi inquadrare la nomina di Zuppi all’interno di un percorso ecclesiale.

Un cammino in salita

Sarebbe allo stesso modo ingenuo non badare alla modalità straordinaria con cui Papa Francesco, – che in quanto Vescovo di Roma è capo dei vescovi italiani – ha sostenuto la nomina di Zuppi. In una sua intervista al Corriere della Sera Bergoglio ha fatto un identikit molto preciso del nuovo Presidente dei Vescovi Italiani, che rispondeva de facto al nome di Matteo Zuppi. Il percorso denota le forti resistenze all’interno dell’episcopato italiano, che più di altri ha sofferto le aperture del papa argentino e si è dimostrato reticente di fronte a dossier importanti come quello delle molestie sui minori. Del resto chi abbia un minimo di frequentazione ecclesiale sa bene come l’Italia più di altre nazioni, per diversi motivi storici, soffra l’ingerenza del potere temporale, ancor più di quello della magistratura. Nei giorni scorsi, in un dialogo, un Vescovo mi faceva queste affermazioni: “non dobbiamo parlare di valori che sono un retaggio della rivoluzione francese. Per noi esistono solo principi che non sono negoziabili”. Siamo ancora fermi alla vecchia diatriba ruiniana sui principi non negoziabili. Il cammino del Cardinale Zuppi sarà sicuramente in salita, anche se può contare sulle realtà associative e sui movimenti rimasti un importante baluardo per la chiesa italiana e sullo Spirito che ha ispirato la scelta di Papa Bergoglio.

Leader cercasi

Non vorrei deludere il mondo laico, ma Zuppi poco centra con le icone del mondo laico quali quelle invocate, forse in ragione anche di qualche anniversario, Pasolini a Berlinguer. Pasolini ha sempre sostenuto che attraverso l’arte si potesse elaborare una profonda critica della realtà sociale e politica e la sua importante opera va in quella direzione. Enrico Berliguer è stato forse l’ultimo leader politico popolare che, attraverso il dialogo nelle piazze e nelle sezioni del partito comunista, ha cercato di tracciare un futuro per il nostro paese e per il mondo secondo una opzione socialdemocratica. Certo, personalità come Berliguer e Pasolini ci mancano nell’era degli intellettuali da talk show, ma non è proponibile creare in laboratorio uno Zuppi laico. È invece da ripensare un modello culturale e politico del paese e forse solo la sinistra può rendersene conto. Si deve però scontare il fatto che la politica e la cultura non hanno una struttura verticistica come la Chiesa. Tale struttura è stata più volte criticata fuori e dentro la Chiesa, anche se oggi, esercitata con la sapienza di Bergoglio e mixata con la collegialità sempre più invocata all’interno delle comunità cristiane, può rivelarsi una grande opportunità.

Un virus chiamato “trasformismo”

Si chiama Lorenzo Zejnati e nel 2020 alle elezioni amministrative ha guidato la lista del Pd a Prato. Proviene da Demos (Democrazia e solidarietà), partito creato dal fondatore della Comunità di San Egidio Andrea Riccardi e dal commissario europeo Paolo Gentiloni. Eppure, nonostante questo pedigree, galeotto fu per Zejnati il pellegrinaggio a Milano e l’incontro con Daniela Santanchè, da qualche anno approdata alla corte di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia. Non propriamente la Madonna di Lourdes e tanto meno la Vergine del Rosario del Sacro Monte di Varese, eppure Zejnati, dopo un’estasi prolungata, annuncia la sua adesione proprio a Fratelli d’Italia.

Apriti cielo! La notizia, come una bomba, approda alle testate nazionali con tanto di commento di Michele Serra sull’Amaca di Repubblica. Il segretario pratese del Pd si straccia le vesti e dice “mai più candidati senza una sicura militanza!”. Del resto qualche dubbio era sorto già al momento della sua candidatura: in pochi lo conoscevano ma il pedigree era ottimo con tanto di benedizione del guru di Sant’Egidio, un bel fiore all’occhiello per qualsiasi lista alla ricerca della novità assoluta.

Le contraddizioni erano subito esplose con Zejnati all’attacco soprattutto sui temi dell’accoglienza e dell’inclusione, sui quali il Pd pratese, come quello nazionale, erano considerati da Zejnati troppo tiepidi. A questo punto si dovrebbe chiedere aiuto alla psichiatria: se il Pd è troppo debole, Fdi è certamente contraria ad ogni tipo di accoglienza, ma del resto il manifesto di Demos (realtà di provenienza di Zejnati) dedica addirittura un intero capitolo alla lotta ai populismi e ai sovranismi ben rappresentati in Italia dai “fratellini” della Meloni.

Porte girevoli

La vicenda Zejnati, nella sua assurda anormalità, ci lascia parecchi interrogativi anche scavallando l’Appennino e raggiungendo le nostre pianure emiliane, che da sempre sono terra di conflitti e di appartenenze forti. In realtà oggi non più, poiché anche nella terra che vide combattersi Don Camillo e Peppone, o più concretamente, nella storia del nostro Borgo, Giuseppe Verdi e Luigi Musini, le appartenenze si fanno ogni giorno più sfumate.

Anche da noi i partiti nel formato tradizionale non esistono più. Spesso sono porte girevoli a uso e consumo dello Zejnati di turno, personalità lanciate alla costruzione di una carriera politica. Nemmeno del Pd erede del glorioso Pci, che pure ha lasciato tracce indelebili sul nostro territorio, se non grazie a coraggiose resistenze individuali. Questo è senz’altro un male perché il trasformismo – soprattutto in un paese che non brilla certo per memoria né a lungo né a breve termine – rischia di prendersi il campo e accompagnarci verso una deriva individualista pericolosa.

Recentemente ho particolarmente apprezzato le dichiarazioni di Lorenzo Lavagetto, capogruppo del Pd al Consiglio Comunale di Parma, che uscito sconfitto dalla lotta per l’investitura del candidato sindaco del centrosinistra nel capoluogo ducale, per disciplina di partito – vecchio arnese anche questo – si allineava alla scelta della maggioranza non con lo spirito dell’opposizione interna, ma addirittura accettando di essere il capolista della lista Pd.

Mi rimane un dubbio: il futuro è degli Zejnati di turno, oppure possiamo ancora sperare in eroi buoni alla Lavagetto? Rispondere a questa domanda è importante per il futuro del paese e delle nostre comunità.